domenica 2 aprile 2017

Quella peste di Sophie


se avessi intorno una bambina di cinque-sei anni non esiterei a metterle tra le mani il volume di Donzelli, Quella peste di Sophie, della Contessa di Ségur illustrato da Sophie de la Villefromoit. Scritto nel 1858, questo libro non risulta per nulla invecchiato (anche per merito della bella traduzione di Maria Vidale). La protagonista, Sophie, quattro anni, è un piccolo mostro, non solo una bambina discola. Fa sempre quello che non dovrebbe fare e l’unica sua qualità è una certa onestà nei confronti degli altri: quando qualcuno sta per essere punito al posto suo confessa. Cadono stecchiti sotto i suoi colpi: i pesci rossi della madre (li fa a fettine, li cosparge di sale e poi, spaventata dalla loro morte, li ributta nella boccia di vetro); un galletto che fa sbranare da un’aquila, uno scoiattolo, un asino, una tartaruga. Ma la sua vittima preferita è il cugino Paul, un santuomo, che si lascia coinvolgere nelle peggiori avventure, graffiare, insultare, rimanendo sempre leale, e tentando di evitare il peggio. Sophie è il prototipo della femmina affascinante e bizzosa, la sua è brama di esaudire i propri desideri, è istinto allo stato puro. Quella peste di Sophie non è un ritratto d’ambiente (come lo sono ognuno a modo suo Il giornalino di Gianburrasca o Pinocchio): lo sfondo, la villa con i suoi servitori, è appena accennato: tutta la narrazione si concentra sull’ideazione di scriteriate imprese da parte di Sophie e sulla loro realizzazione. Molto interessante anche la storia dell’autrice di questi ventitrè racconti brevi. La Contessa di Ségur li scrisse a cinquantasette anni per una nipotina e questo fu il suo primo libro (cui seguirono altri due volumi collegati). Lei era nata nel 1799 a Pietroburgo, figlia di un generale russo citato da Tolstoj. Sposò il conte di Ségur ed ebbe otto figli. Una nonna-scrittrice davvero fuori dagli schemi.

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