mercoledì 12 aprile 2017

Un'educazione milanese

la città che racconta Alberto Rollo nel suo romanzo Un’educazione milanese (Manni) è quella scoperta da ragazzino con il padre in moto, e il padre, insieme all’amico Marco, è figura centrale di questo libro asciutto e commovente. Bello l’episodio d’apertura: c’è il protagonista che in piazza Prealpi si perde, piange, e viene sollevato da un cantante di strada che grida, di chi è questo bambino? Milano lo vuole?, uno di quegli episodi che in famiglia vengono raccontati, ingranditi, abbelliti, e che sta lì a sottolineare un senso totale di appartenenza (“la certezza che Milano mi ha voluto”). Il padre operaio, fedele alla Madre Russia, origini leccesi superate da un uso esclusivo del dialetto milanese, le fabbriche viste come monumento, il disprezzo per gli impiegati, il rigore educativo, le guide del Touring e un dizionario come unici libri di casa; la madre ex sarta che si dedica ai figli: così cresce Alberto negli anni cinquanta, aggiungendo agli insegnamenti paterni quelli del prete all’Oratorio. Questa l’infanzia. Come la prima parte si svolge sotto il segno del padre, la seconda è dominata da Marco, studente di architettura, sognatore ricco di fascino (la sua storia con Adriana, che lo ama e sposa un altro, è un romanzo nel romanzo). È il momento dell’approdo alla Milano dei teatri, dei cinema, dell’università, della contestazione studentesca, dei centri sociali. I maestri (Enzo Paci, Franco Fortini, Goffredo Fofi), la musica (i Rolling Stones ma anche Mahler e l’Umbria jazz), le gite al lago nelle ville degli amici, il sogno di cambiare il mondo. Poi la cesura netta: l’incidente di macchina, la morte improvvisa di Marco, la fine di un’epoca. Suggestiva anche la scelta di raccontare la giovinezza a partire da una discesa in metropolitana durante la settimana della moda: spostandosi tra presente e passato Rollo ribadisce che la vera protagonista del suo libro è Milano, nuova, eppure fedele a se stessa. 

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