domenica 21 maggio 2017

Sicilian Ghost Story


la storia di Giuseppe Di Matteo, tredici anni, tenuto prigioniero dai mafiosi 779 giorni per spingere il padre pentito in carcere a ritrattare le sue confessioni e poi strangolato e sciolto nell’acido, è agghiacciante di per sé. I registi Fabio Grassadonia e Antonio Piazza in Sicilian Ghost Story la raccontano come una fiaba dell’orrore. Immaginano che l’unica persona veramente intenzionata a cercare Giuseppe sia una sua compagna di classe, Luna, innamorata di lui; ambientano il film in un bosco in cui compare un cane feroce; dotano Luna di una madre-matrigna svizzera che non capisce il suo dolore e di un padre gentile malato di diabete che di nascosto si abboffa di coca cola e supplì. All’inizio ho pensato che la chiave fiabesca ci poteva stare e che la prigionia di Giuseppe e la sua morte sarebbero state solo evocate. Mi sbagliavo: Sicilian Ghost Story non risparmia nulla allo spettatore: da una parte infarcisce il racconto di simboli oscuri (la cantina umida, la civetta), dall’altra fa vedere il bel ragazzo delle prime sequenze sempre più sofferente di prigione in prigione, di carceriere in carceriere. Non mi è piaciuta la sceneggiatura piena di riempitivi (non rappare con me, dice Luna al fidanzato della sua amica: che c’entra? E la mamma che si fa continuamente la sauna? E lungo il pic nic con incubo e tentativo di suicidio?), ma soprattutto non mi è piaciuto il crescendo estetizzante, per cui mentre Giuseppe perde le forze ed è ridotto a una piaga sanguinolenta, un Giuseppe nudo, atletico e sorridente si china su di lui. E la scena del corpo sciolto nell'acido che si disperde lentissimamente nell'acqua è davvero insopportabile. Fai una fiaba: inventati qualcosa, se no hai solo pasticciato sull’horror che ci circonda.

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