domenica 11 giugno 2017

L'anima della frontiera


“Ci sono paesi che sanno di sventura. Si riconoscono respirando la loro aria torbida, magra e vinta come tutto ciò che è fallito”: così si apre L’anima della frontiera, il nuovo romanzo di Matteo Righetto, in uscita da Mondadori. All’inizio si è catturati da questa narrazione spoglia e lineare, incentrata su una famiglia che vive alla fine dell’Ottocento al confine tra il Veneto e l’Austria e combatte ogni giorno con il problema della sopravvivenza. Augusto, il capofamiglia, coltiva il tabacco e sua moglie Agnese e i tre figli, Jole, Antonia e Sergio lo aiutano come possono. Con il tabacco che riesce a nascondere dagli ispettori del monopolio, Augusto passa di nascosto il confine. In cambio del fumo i minatori gli forniscono scaglie di argento e rame che sottraggono durante il lavoro. La figlia maggiore di Augusto, Jole ha quindici anni quando il padre le chiede di accompagnarlo oltre la frontiera, ed è felice dell’opportunità di partire con lui, nonostante i pericoli. Tre anni dopo rincontriamo Jole mentre si accinge a ripartire per l’Austria. Il padre è scomparso durante uno dei suoi viaggi da contrabbandiere e a casa si muore di fame. Righetto racconta con trepidazione le avventure per i monti della ragazza e del suo cavallo, l’arrivo all’osteria dove spera di incontrare l’uomo che faceva affari con il padre, la trattativa con questo e la felicità della missione compiuta. Quello che succede durante il ritorno non lo scrivo perché non si rivelano i colpi di scena (però posso dire che secondo me uno dei colpi di scena incrina l’equilibrio del libro). E poi c’è la lingua: una lingua sobria, con un sapore antico, e quando all’improvviso trovi termini come culo, capezzoli, cacare, sobbalzi come se questi termini fossero stati contrabbandati in un Dickens. Insomma L’anima della frontiera sarà pure stato venduto in dieci paesi ancor prima di uscire in italiano, ma se l’avessi letto in bozze io ci avrei rimesso le mani.

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