giovedì 29 giugno 2017

Nel guscio

solo un virtuoso della scrittura come Ian McEwan poteva riuscire nella duplice impresa di scrivere un giallo dal punto di vita di un feto (e di un feto estremamente consapevole del mondo che lo aspetta, poi vedremo perché) senza suonare falso o artificioso, e in quella di offrire l'ennesima riscrittura dell'Amleto, rendendo divertente e appassionante questo omaggio a Shakespeare. Dalla sua posizione a testa in giù nella pancia di Trudy, l'io narrante di Nel guscio, tradotto da Susanna Basso per Einaudi, si preoccupa per il complotto che la madre ha ordito insieme all'amante, il viscido agente immobiliare Claude, ai danni di suo padre John, poeta povero e idealista. Non contenta di vivere nella casa di John e di condividerla di nascosto con Claude (che tra l'altro è il fratello di John) Trudy vuole uccidere il marito per ereditare l'abitazione. Il bambino non nato segue con angoscia i preparativi del delitto e poi la sua attuazione. Nel frattempo filosofeggia sul mondo che ha imparato a conoscere attraverso i programmi radiofonici ascoltati dalla mamma (e qui scopriamo i gusti di McEwan su molte cose, tra cui i paesi in cui crescere: al primo posto mette la Norvegia per il suo stato sociale, poi l'Italia per le rovine e la cucina regionale e infine la Francia per il vino e la "spavalda autostima" dei suoi abitanti) e soffre per i ripetuti amplessi della coppia diabolica ("non sono in tanti a sapere che cosa significhi trovarsi il pene del rivale del proprio padre a pochi centimetri dal naso"). Come ogni giallo che si rispetti, Nel guscio ha un finale a sorpresa, in cui il protagonista esaudisce il suo desiderio di vendetta. McEwan non finisce mai di rinnovarsi e stupire.

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