domenica 18 giugno 2017

Swing Time


due bambine, che abitano a Londra nelle case popolari negli anni Ottanta, si conoscono alla scuola di danza: una, Tracey, sembra una Shirley Temple scura, è vestita in modo vezzoso, ha una mamma obesa che stravede per lei, ed ha un talento naturale per il ballo; l’altra, la narratrice, ha un abbigliamento semplice, una mamma femminista che pensa solo a studiare e i piedi piatti. L’amicizia raccontata da Zadie Smith in Swing Time (tradotto, benissimo, da Silvia Pareschi per Mondadori) è di quelle che non sopravvivono all’adolescenza: inseparabili da piccole, le due si perdono di vista quando Tracey comincia a ballare seriamente e non affrontano insieme le varie tappe della loro  crescita. A trent’anni la narratrice fa l’assistente di una diva australiana, mentre l’ex amica, che non ha mai veramente sfondato nel campo dello spettacolo, fatica a mantenere i tre figli avuti da tre uomini diversi. Sono tanti i temi affrontati da questo impegnativo e appassionante romanzo: il legame tra ragazze con i suoi risvolti inevitabili di complicità e invidia; il rapporto madre/figlia (“cosa vogliamo dalle nostri madri quando siamo bambini? Completa sottomissione” scrive Zadie Smith e come darle torto?); l’impegno politico (la madre della narratrice a questo sacrifica tutto, sua figlia, suo marito); il controverso tentativo di una star di farsi carico dei problemi dell’Africa (scegliendosi poi un ragazzo di bell’aspetto e una deliziosa neonata da portar via dal degrado); la scelta di cosa fare della propria vita quando non si ha un particolare talento, né un grande spirito di iniziativa, e non manca il ritratto di una giovane africana piena di vita che accetta di sposare un fondamentalista e si avvia senza alcuna consapevolezze verso un destino amarissimo.

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