venerdì 16 giugno 2017

tre ragazzi

il più grande è Valerio. Studia architettura, prendendosela comoda. Con  l’Erasmus è stato in Cile, poi si è fermato vari mesi in Argentina, girandola un po’ con amici e un po’ da solo. Quando ha tempo, fa il commesso in un negozio di abbigliamento vintage a Monti. Era bravo a tennis, poi ha smesso e non si è preso il brevetto per insegnare.  È così bello che potrebbe fare l’attore, a qualche provino si presenta, ma gli manca la grinta e si vede. Al padre che lo esorta a entrare in uno studio per fare pratica, obietta che non si vede a passare otto ore davanti a un computer. Dice, la vita è una sola, non ho ancora deciso cosa voglio fare da grande.

Matteo sta finendo la triennale in ingegneria. Ha preso quasi tutti trenta, l’estate scorsa l’ha passata facendo uno stage e a luglio vorrebbe fare un’altra esperienza del genere. Si concede solo il vezzo dei muscoli, allenandosi con costanza incredibile; non beve, non esce; dà ripetizioni di tutto per non pesare sui genitori; ha la stessa fidanzata dal liceo e anche lei pensa solo a studiare. Sa che dovrebbe migliorare il suo inglese, viaggiare, ma dice che ora non ha tempo per farlo. 


La terza è mia figlia, che lo studio non lo mitizza, pur prendendolo sufficientemente sul serio, che i suoi spazi di divertimento li difende con tutta se stessa, che per ora si fa mantenere, tenendo ben presente che dopo la Bocconi starà a lei procurarsi un buon tenore di vita.  Ieri sera siamo andati a mangiare una pizza con gli amici di sempre e ci siamo portati i figli maggiori. Tre ragazzi che più diversi non potrebbero essere, uno spaccato sui ventenni romani di oggi. 

1 commento:

Anonimo ha detto...

intanto gli altri due dovrebbero darsi da fare per liberare matteo dal futuro di noia che prevedere di diventare capo dei catechisti della parrocchia tra un annetto o poco più