lunedì 31 luglio 2017

sprazzi d'immotivata felicità

mi sveglio stortissima con un unico pensiero in testa: il marito mi porta a fare un viaggetto in America ma quello a cui tiene davvero è il giro in barca di fine agosto con i suoi fantomatici amici ungheresi, dal quale io sono stata esclusa come se soffrissi il mal di mare o avessi incompatibilità insormontabili con gli abitanti di Budapest. Per l'ennesima volta prendo la decisione di non partire per Washington, ci andrà da solo, o con Svetlana (per quanto mi riguarda possono portarsi anche Ivan - il figlio illegittimo). Con questa solida certezza alle nove sono in spiaggia: l'ideale sarebbe non rivolgergli più la parola e lasciargli capire che non partirò con lui senza dargli la soddisfazione di una scenata. Appena restiamo soli sotto l'ombrellone, non resisto e gli comunico la notizia. Ci spostiamo in acqua per evitare che tutti i vicini partecipino alla discussione. E poi succede che mentre gli dico, vacci con chi ti pare alle tue stupide cascate del Niagara, io del viaggio di addio non so che farmene, tanto tra noi è finita in ogni caso, chiudiamola qui invece che dopo Boston, e mentre lui insiste, voglio partire con te, ho organizzato tutto per te e nessun altro, l'arrabbiatura mi passa, mi viene da ridere, sono contenta di stare in mare con lui, e capisco che devo smetterla di imputarmi, di combattere, che le cose andranno come devono andare, e se ora gli gira bene e mi stringe e mi segue alla boa e passiamo una giornata appiccicati come non ci capitava da un sacco di tempo, devo prendermi questa boccata di felicità e poi prendere quello che verrà dopo senza spingermi da me nei baratri che sono così brava ad evocare. Certo, gli ho detto, per la tua vacanza in barca con i fantomatici ti auguro tutto il peggio: la Croazia sotto un'immane bufera, la cucina di bordo puzzolente di gulasch, mal di pancia generalizzato. Felice a sprazzi sì, magnanima no.

sabato 29 luglio 2017

riunione familiare

che prima o poi si sarebbe arrivate allo scontro era nell'aria; non c'è una vera ragione, ma il tasso di litigiosità tra noi sorelle è sempre sopra i livelli di guardia. Per fortuna tutto è successo prima del mio arrivo e questa volta non sono stata coinvolta da nessuna delle parti in causa. L'altra sera, al termine di una cena fuori, Maddalena ha provocato Isabella, Isabella si è alzata e se n'è andata dal ristorante; papà ha scritto un messaggio afflitto a tutt'e due; Maddalena ha pensato di tornare subito in Svizzera; papà ha pensato di andarsene in esilio a Roccaraso; cosa ha pensato Isabella non lo so perché non me l'ha raccontato. Oggi al mare erano tutti trincerati dietro sorrisi carichi di imbarazzo. Isabella si è fatta scudo di due amiche e dei loro compagni e se n'è stata per conto suo, nell'ombrellone più lontano possibile dal nostro. Ci restano due giorni pieni da passare insieme e la cena per gli ottantotto anni di papà da organizzare. Saremo capaci di essere civili tra noi? (Intanto Maddalena con il suo piglio provocatorio ha scoperto che mio marito dopo il nostro viaggio in Usa e l'accompagnamento del figlio in Olanda se ne andrà in barca a vela con i fantomatici amici ungheresi che non mi ha mai fatto conoscere e così è riuscita a mandarmi storta la cena e anche il pensiero degli Usa). Ed era lei quella che sognava di essere figlia unica.

venerdì 28 luglio 2017

cambia il nome

sedute al tavolino di un bar, un saluto tra amiche prime delle vacanze. Una di noi, l'ultima volta che c'eravamo incontrate, dopo il cinema, ci aveva raccontato i fatti suoi, parecchio concitata; ieri sera l'aggiornamento. Sono quasi sul punto di salire in macchina, quando lei si raccomanda, se lo scrivi sul blog cambia almeno il nome. La mia proverbiale mancanza di riservatezza colpisce ancora. Vorrei rassicurare le amiche, un po' sventata sono, ma soprattutto nei miei confronti.

giovedì 27 luglio 2017

la telefonata del figlio

il figlio che telefona da Tenerife senza un motivo preciso e mi racconta che nel pomeriggio porterà i suoi amici alle piscine naturali che io gli ho indicato (dopo una breve ricerca in rete, cercando di distoglierlo dal solito itinerario spiagge-discoteche) è una di quelle sorprese capaci di cambiare le sorti di una giornata. La figlia dalla Thailandia è prodiga di aggiornamenti anche fotografici; lui finora si era sempre fatto chiamare. Come fa bene la distanza ai rapporti.

Io, Claude Monet

la formula scelta dal regista  Phil Grabsky per raccontare l’opera e la vita di Claude Monet è allo stesso tempo estremamente semplice ed estremamente efficace e potrebbe essere applicata a molti altri artisti: il film Io, Claude Monet offre un itinerario cronologico attraverso i quadri di questo pittore accompagnato dalla voce di un attore che legge brani delle sue lettere (peccato che chi presta la voce a Monet nella versione italiana calchi sulle parole, cercando di trasmettere pathos, laddove avrebbe dovuto usare un registro narrativo neutro). I quadri di Monet sono talmente belli e il suo ardore per la pittura così intenso che gli ottanta minuti del film scorrono molto rapidamente (e le immagini girate oggi nei luoghi raffigurati  si armonizzano senza forzature con quelle dell’artista). Mentre realizza i suoi capolavori, sfidando le intemperie e trascorrendo le giornate in piedi all’aperto, Monet soffre di grandi difficoltà economiche. Ritrae la giovane moglie, il bambino appena nato; si dispera perché non ha i soldi per mantenerli; la moglie si ammala e muore, lui resta vedovo con due figli; continua a dipingere come un forsennato; incontra un’altra donna che è già sposata, con lei fa una nuova famiglia, ma tutta la sua attenzione è sempre focalizzata all’arte. In Italia dipinge paesaggi di Bordighera e Dolceacqua, s’innamora di Venezia; una scogliera, una cattedrale, lo stagno con le ninfee che si fa costruire nel suo giardino sono soggetti a cui dedica innumerevoli dipinti, sempre a caccia delle variazioni di luce, sempre scontento dei risultati ottenuti. Invecchia, seppellisce un’altra moglie, un figlio; teme la cecità, ritorna a vedere dopo un’operazione e ritorna a dipingere tele immense con le ultime forze. Il cinema al servizio della storia dell’arte con ottimi risultati.      

martedì 25 luglio 2017

business silenzio

gita a Firenze. Il 31 s'inaugura il centro internazionale delle arti e dello spettacolo Franco Zeffirelli e oggi c'è stata un'anteprima per la stampa. Nella ex sede del Tribunale, in piazza Firenze, è stato dedicato un piano alle foto, le locandine, i bozzetti e i quadri di Zeffirelli: l'opera di una vita allestita con grande cura dal figlio adottivo, dal suo scenografo, dal suo direttore delle luci. Colpisce in particolare la sala dedicata all'inferno di Dante: Zeffirelli voleva trarne un film e aveva fatto moltissimi schizzi preparatori (il disegno, come appare da tutta la mostra, è stato uno dei suoi maggiori talenti). Gli schizzi sono stati colorati e trasformati in diapositive e il gioco di immagini, luci e suoni crea un'atmosfera davvero suggestiva. Ospite vip della giornata un Franco Nero un po' spelacchiato, poi c'erano il sindaco logorroico e la vicesindaca entusiasta. Zeffirelli ha donato anche la sua biblitoca e il suo archivio e il Centro ospiterà corsi, conferenze e concerti. Prima di essere adibito a tribunale, era un convento e il palazzo barocco vale da solo una visita. Con Pierluigi abbiamo intervistato Pippo Zeffirelli e altri, senza mai smettere di battibeccare tra noi: vuole fare sempre di testa sua e, appena le cose non vanno come dice lui, fa la lagna; in particolare mi accusava di aver fatto le interviste in luoghi mal illuminati e avergli  rovinato il video (voleva mettere lo scenografo davanti a un'Aida che era l'unico lavoro a cui lui non aveva partecipato). Per fortuna sul treno siamo capitati in carrozze diverse e la discussione è finita lì: aveva da ridire anche sulla mia offerta di portargli il cavalletto e mi ha dato ripetutamente della rompicoglioni (sempre sorridendo e sentendosi molto spiritoso e incompreso nel suo fine umorismo). Sul treno in business silenzio (così c'è scritto sul biglietto) circondata da tre uomini al telefono. Silenzio questo sconosciuto.

lunedì 24 luglio 2017

prove tecniche di nido vuoto

a fine luglio è normale che la casa si svuoti e che i figli siano in giro per il mondo. Il figlio è a Tenerife con quattro amici; la figlia è partita oggi per la Thailandia. Quindi niente più spesa, niente più orari (se al lunatico marito gira bene usciamo a cena fuori o cucina lui, se è a Milano io posso abbrutirmi con qualcosa preso dal frigo). Il problema è che non si tratta di qualche settimana: a fine agosto i due se ne vanno, prima lui e poi lei. Saprò godermi il nido vuoto, riempiendolo di quello che piace a me, e andando a trovare i figli compatibilmente con il loro desiderio di avermi intorno? Le prove tecniche sono appena cominciate.

domenica 23 luglio 2017

Il giardino degli inglesi


al centro del Giardino degli inglesi, il nuovo romanzo di Vladimiro Bottone, che riprende l’ambientazione ottocentesca e napoletana e alcuni dei personaggi del suo precedente Vicaria (passando da Rizzoli a Neri Pozza), ci sono un delitto, un commissario, un colpevole dai tratti demoniaci, dei poveracci accusati ingiustamente, ma quello che sembra stare davvero a cuore all’autore è il tema dell’infanzia violata, dei bambini di strada che in qualunque città e in qualunque tempo sono vittime degli appetiti sessuali degli adulti. Peter, il giovane inglese assalito in un vicolo di Napoli, e sua sorella Emma, morta mesi prima sempre in modo violento, avevano a cuore i bambini: lei insegnava canto all’orfanatrofio del Serraglio, lui voleva adottare una piccola fioraia, sottrarla ad un destino di prostituzione. Anche Gioacchino Fiorilli, il commissario che indaga sulla morte di Peter, si preoccupa del traffico di creature innocenti e sta alle costole di Domenico De Consoli, un medico che, con la scusa di visitare gli indigenti, riceve in casa minori di bell’aspetto. De Consoli è l’incarnazione del male: che sia lui l’anima nera della storia, Bottone non ce lo fa scoprire alla fine del libro, si limita ad aggiungere tassello dopo tassello crimini e sprezzo per il pericolo: ricatti, autoaccuse, desiderio di sfidare la sorte, incapacità di porre un limite alle sue voglie. Il lettore vorrebbe un finale catartico ma gli viene negato; tutto va come non dovrebbe (e come succede la maggior parte delle volte nella realtà non aggiustata da esigenze letterarie). Bottone ricostruisce con grande bravura la Napoli di metà Ottocento, soffermandosi da una parte sull’atmosfera putrida dei vicoli e delle tremende stanze ospedaliere dove vengono praticate le autopsie, dall’altra su quella più accogliente delle ville degli stranieri in città (gli inglesi, ma anche il medico austriaco con la bella moglie infelice). I fili in sospeso non mancano, si sente che ci sarà un terzo volume ed è un bene: la scrittura di Bottone non ha nulla dell’approssimazione dei romanzi seriali e lascia il desiderio di tornare a immergercisi.

sabato 22 luglio 2017

serve aiuto

la mattina è volata tra la spesa e i preparativi. I ragazzi sono arrivati alla spicciolata dopo l'una, lamentandosi del traffico (nessuno di loro aveva pensato a mettersi in macchina prima delle dieci e avevano tutti l'aria assonnata di chi si è svegliato prima del tempo). Il cibo era tanto e il caldo pure, è rimasta metà della roba. Alle tre sono sgusciata via al mare, mentre il marito, sempre più squagliato, continuava ad alternarsi nei ruoli di fuochista e fotografo. Ho nuotato a lungo lontano da tutti e sono riuscita persino ad aprire il mio libro. Alle sei e mezza ho trovato il tavolo in giardino pieno di bottiglie, piatti sporchi, bicchieri mezzi pieni, cicche. Ho sparecchiato sotto gli occhi di un gruppetto di maschi che giocava pigramente a ping pong. Uno di loro mi ha chiesto, serve aiuto? Ho alzato lo sguardo e lui ha detto, serve. Se portate i bicchieri in cucina mi fate un favore. Cinque bicchieri sono stati alzati, poi qualcosa li ha distratti e lo sparecchio l'ho continuato da sola. Tornano dal mare a gruppi e fanno una specie di merenda con quello che è rimasto; i più se ne vanno, qualcuno resta a dormire. La figlia è molto contenta; un tempo non ci avrebbe voluto tra i piedi alla sua festa, ora non chiede di meglio che averci a pieno servizio.

venerdì 21 luglio 2017

il giorno della laurea

che l'umore familiare volgesse al bello si era visto già ieri sera. Era l'anniversario del nostro matrimonio e io di tutto avevo voglia tranne che di una serata a due; avevamo i figli a casa e abbiamo lasciato che scegliessero loro il ristorante, ritrovandoci in un localino pieno di ragazzi dove fanno un misto di giapponese e brasiliano. Ho passato la notte a bere, ma a parte questo non si è mangiato male e ci siamo divertiti. Oggi la laurea della figlia non poteva andar meglio: la presidente di commissione si è raccomandata di applaudire alla fine e non candidato per candidato, per evitare che chi non aveva pubblico si sentisse discriminato, ed è andata spedita con il nome del ragazzo/a e il suo voto. C'erano una quindicina di laureandi, più maschi che femmine, più somari i primi delle seconde. La figlia ha preso un onesto 105 ed era super contenta: di aver chiuso con Roma Tre, delle amiche che la circondavano, del fidanzato, di noi genitori, della nonna, del nonno (che alla fine le aveva fatto la sorpresa di venire) e persino della collana di alloro (modello basic, per quella con i peperoncini, meno fine, chiedevano trenta euro!). Io inaspettatamente mi sono commossa (tale figlia tale padre: anche il nonno ha avuto il suo cedimento).  Dopo la cerimonia, il brindisi e le foto, sono corsa a prendermi il treno. In mare mi sono ripresa dal caldo della mattinata. Stasera cena in piazza con papà, Isabella, Virginia e Anna e il marito rilassato come non lo vedevo da tempo.  È domani, con la festa, che ci è richiesto il massimo impegno.

mercoledì 19 luglio 2017

la corona d'alloro

venerdì alle dieci e mezza la figlia si laurea; ora è al mare con le amiche e alla mamma riserva una telefonata al giorno per impartire le ultime istruzioni. Si metterà i pantaloni a righe di un'amica; la maglietta nera l'abbiamo comprata insieme lunedì e i tacchi la settimana scorsa; per la festa in giardino di sabato dovremmo aver preso tutto (saremo presenti nella triplice veste di genitori della festeggiata, cuochi e camerieri). Manca la corona d'alloro: il marito l'aveva trovata su amazon, lei vuole da me quella del fioraio (ci manca solo la corona di plastica: è una laurea breve non una laurea fasulla).

martedì 18 luglio 2017

il finale

lui era quello tutto d'un pezzo;  io ero quella che si permetteva le crisi, i dubbi, le fantasticherie. Io potevo dire così non va, certa che lui avrebbe raddrizzato il tiro; potevo dire, lasciamoci, sicura che avrebbe capito che intendevo, non mi deludere, stammi vicino. Eravamo due ragazzi quando ci siamo messi insieme, due persone che più diverse non si poteva. Ci univano forse più i difetti che le virtù, entrambi scontrosi, timidi, seri, ligi al lavoro, affidabili ai limiti dell'autolesionismo. Ne abbiamo attraversate tante insieme. Un finale tempestoso sarebbe stato meglio di questo stabile maltempo? Chi scende prima dalla barca rotta? volevoesserejomarch si sta trasformando in agoniadiunmatrimonio. Che palle. Facciamo che vi avverto quando sono in porto.

domenica 16 luglio 2017

Lady Macbeth


Katherine è una bella ragazza con la faccia tonda e il naso all’insù. La prima inquadratura di Lady Macbeth ce la fa vedere velata il giorno del matrimonio, ma il regista William Oldroy non inquadra l’uomo che ha sposato. Lui lo vediamo nella scena successiva, quella della prima notte di nozze. La cameriera nera (personaggio cruciale del film, lo scopriremo poi) chiede alla protagonista se ha paura e lei dice di no. Il marito è un uomo gelido dall’aria un po’ sudicia: la prima notte la vuole vedere nuda, ma non la sfiora neanche, un’altra sera si masturba mantenendo le distanze. Siamo in una casa antica in mezzo alla natura selvaggia, Katherine non ha nulla da fare e nessuno con cui parlare. Approfittando dell’assenza del suocero e del marito, entra nella stalla e vede che gli uomini si sollazzano con la cameriera impaurita. Katherine punta lo stalliere giovane, lui la raggiunge in camera sua ed è sesso selvaggio con soddisfazione di entrambe le parti. Da quel momento Katherine sembra posseduta: si rotola sul suo letto con il prestante sottoposto, ignorando ogni prudenza. Il suocero al suo ritorno prova a rimettere le cose a posto e viene mandato all’altro mondo con un piatto di fughi; il marito invece perde la vita a colpi di attizzatoio. Per i due amanti sembra venuto il tempo di godersi il loro rapporto (mentre la cameriera, testimone di tanto scempio, perde la voce), ma si presenta una donna nera con il suo grazioso nipote e una carta che lo dichiara erede dello scomparso. Lo stalliere torna temporaneamente nella stalla e non è affatto contento, Katherine è divisa tra il bisogno di sesso e la tenerezza che le ispira quel bambino che la trova bellissima. Finale con doppia sorpresa: perfetto. Con una casa, un’attrice molto dotata (Florence Pugh) e un paesaggio, Oldroy e la sua sceneggiatrice Alice Birch (che a sua volta ha lavorato sul libro di Nikolaj Leskov del 1865) creano il memorabile personaggio di una donna che sembra tutto istinto e invece è tutto raziocinio, fino alle estreme conseguenze. La cameriera, poverina, è fatta di un’altra pasta.

sabato 15 luglio 2017

Il ministero della suprema felicità

come nel suo famoso, Il dio delle piccole cose, l'India raccontata da Arundhati Roy nel Mistero della suprema felicità (uscito da Guanda nella traduzione di Federica Oddera) non ha nulla di esotico e di attraente; è un paese in balia di politici corrotti e funzionari crudeli, in cui le varie etnie sono pronte a scannarsi al minimo pretesto ("nella nostra parte del mondo la normalità somiglia un po' a un uovo in camicia: la sua superficie piatta nasconde nel profondo un tuorlo di inusitata violenza. È la nostra costante inquietudine per quella violenza, il ricordo dei suoi passati travagli e il timore per le sue manifestazioni future, a dettare le regole che permettono a un insieme di popoli variegato come il nostro di continuare a coesistere: che ci permettono di continuare a vivere insieme, tollererarci e, ogni tanto, ammazzarci l'un l'altro. Finché il nucleo tiene, finché il tuorlo non cola fuori, va tutto bene.") In questo libro corale, affollato di personaggi, emergono in particolare due figure femminili, intorno alle quali si svilupperà una comunità alternativa nel cimitero di Delhi: Anjun, che trova tra gli hjira, i transessuali, la sua vera famiglia, e poi sceglie di stabilirsi tra le tombe, e Tilo, una ragazza enigmatica di cui sono innamorati i tre compagni di università e che ricambia il più idealista e inarrivabile di loro, Musa, impegnato nella battaglia per il Kashmir. Il Kashmir è al centro della narrazione di Roy, che entra nel dettaglio degli orrori perpetrati dagli indiani in questa regione. Colpisce nelle ultime pagine il racconto che Musa fa al suo antico compagno di studi della sorte di un ufficiale indiano, famoso per la sua spietatezza, emigrato negli Stati Uniti. Lontano dal potere di vita e di morte che ha esercitato, ora fa il benzinaio e ai kashmiri espatriati che l'hanno riconosciuto non serve ucciderlo, basta presentarsi numerosi di fronte a lui in momenti diversi, per farlo uscire fuori di senno. La voce di Arundhati Roy si leva chiara contro i crimini che si compiono in nome di ideologie, nazionalismi, pretesti religiosi e di casta. La sua speranza si concentra sulle bambine: le due trovatelle di questo libro sono il punto d'attrazione di persone legate da affetto sincero, unica arma di resistenza di fronte alla brutalità dilagante.

giovedì 13 luglio 2017

a cena con i ragazzi

la figlia è venuta a prendermi alla stazione con il fidanzato; ci hanno raggiunto il figlio con l'amico e il cugino. Abbiamo mangiato al Tramonto, io e i cinque ragazzi, carini, quasi intimiditi dall'essere miei ospiti, anche i miei due che di solito non eccedono con me in gentilezze. C'era vento sulla terrazza, finalmente ho respirato lontano dall'afa romana. La decisione di partire stasera l'ho presa d'impulso ed è stata una scelta felice.

il libro della mia compagna di banco


in Dear la stanza in cui passo le giornate è molto stretta e le tre scrivanie c'entrano a stento. Per fortuna le mie due colleghe sono spesso in giro per riprese o montaggi e, anche se ci capita di essere tutt'e tre insieme, nella stanza c'è sempre silenzio perché ognuna sta assorta nel suo lavoro e se parla al telefono esce. La mia vicina di sinistra ha scritto un romanzo, dopo due libri di poesie. Le ho detto, lo leggo e poi t'intervisto. È passato un po' di tempo, lei è stata fuori per un programma, poi per vacanze. Quando è tornata, mi ha detto, vorrei fare una cosa diversa, vorrei che a parlarti del mio libro fossero tre persone che l'hanno apprezzato, ognuna vedendoci cose diverse dall'altra. Oggi pomeriggio ci siamo viste da me e abbiamo filmato i tre interventi. Una situazione un po' alla Ecce Bombo con la francesista che parlava della poetica del frammento, il tipo giovane che ci vedeva l'elogio della spontaneità, la terza che addirittura paragonava il libro alla Bibbia. Sarebbero rimasti ore a parlare tra loro, ma io avevo la borsa già pronta, li ho spinti verso la porta e me la sono chiusa alle spalle. Sono sul treno che mi porta al mare, fa troppo caldo, domani festa. (Il primo week end con tutta la famiglia da mesi: brrr.)

mercoledì 12 luglio 2017

penultimo

l’esame di maturità non è una gara e che il figlio sia risultato il penultimo della classe con il suo 65 non è un dato di alcun rilievo: ha ottenuto il suo scopo, è passato, si è lasciato alle spalle un liceo che non ha acceso in lui nessuna curiosità culturale. Ostentava sicurezza ieri il ragazzo, ma nell’aggressività con cui rispondeva alle nostre domande un po’ di orgoglio ferito trapelava. Avrei potuto stargli più addosso, aiutarlo a studiare, trovare dei modi per costringerlo a farlo, andare a parlare con i professori invece di lasciare che si gestisse da solo quest’ultimo anno scolastico? Il mio rammarico non è che se la sia cavata per il rotto della cuffia, ma che abbia vissuto la scuola come una perdita di tempo. Non è scemo per niente mio figlio e neppure intellettualmente rozzo come si sforza di apparire. La scelta di una piccola università straniera in cui gli studenti dovrebbero essere seguiti bene e la conseguente uscita di casa mi sembra un buon segnale. E chissà che un giorno viaggiando tra Roma e Maastricht non resti fulminato da un libro: glielo auguro con tutto il cuore.   

martedì 11 luglio 2017

il bivio

dopo averci pensato tanto, ora mi è chiaro che ce ne dobbiamo andare ognuno per la sua strada. Non sarà affatto facile, perché il marito non è pronto a lasciarmi, un conto è trattarmi con sufficienza, atteggiarsi ad annoiato, farmi i dispetti, ignorarmi, mollarmi per il week end, sognare i propri spazi e le proprie avventure, un altro conto è ritrovarsi da solo. Cercherà di metterci una pezza, sarà gentile per qualche giorno, insisterà sul fatto che ha già prenotato il volo per l’America, che ci tiene tanto a fare questo viaggio con me. Se io cederò, lo faremo questo viaggio insieme, e a settembre ci ritroveremo come ora, confusi e infelici. Vorrei che riuscisse a guardarsi dentro, che smettesse di fare il ragazzino bizzoso e che affrontasse la sua crisi da adulto.

lunedì 10 luglio 2017

nuotate in famiglia

ieri mattina gli americani hanno deciso che, siccome all’una e mezza dovevano partire per Roma, non era il caso di venire in spiaggia. Mi sono ritrovata con il mio libro (Arundhati Roy, ma inspiegabilmente sto facendo una gran fatica a entrare dentro questo romanzo) sulla spiaggia quasi deserta della mattina. L’acqua era bellissima, pulita e calda. Ho nuotato a lungo, poi è arrivato papà e insieme siamo tornati a immergerci. Ormai i consigli non richiesti tra una bracciata e l’altra stanno diventando un classico dei rapporti familiari, magari ci limitassimo a goderci il bagno. Il tema era, al solito, la mia crisi coniugale. Lo so che tuo marito ti ha deluso non venendo questo week end a darti una mano con gli ospiti, ma prendi il buono che ti dà, sbriga tutte le rogne, e poi ormai i giochi sono fatti, chi ti si prende passati i cinquanta.  L’effetto di questo discorso naturalmente è stato l’opposto di quello che voleva ottenere. Al ritorno ho guidato con accanto la figlia sentendomi avvolta in una nuvola di cattivo umore e quando a casa mi sono trovata davanti il marito gongolante per il week end passato insieme al figlio ignorantone avrei incenerito entrambi. Penso che queste tre giorni siano un’ulteriore tappa del nostro processo di allontanamento e a questo punto l’idea di un futuro solitario non mi fa più tanta impressione.

sabato 8 luglio 2017

con gli americani

offrire ospitalità per un week end a una famiglia di cinque persone che viene dall'America (più i due anziani genitori ma questi solo a cena) e garantire a tutto il gruppo che mangeranno da te una pasta alla carbonara sembra una cosa semplice, ma ieri sera verso le otto e mezza, con i due vecchietti che volevano fare conversazione seduti in veranda con mio padre, Andrea che si era persa in macchina tra Spelonga e Gaeta, la tavola da apparecchiare, le uova da sbattere, la pancetta da tagliare, il melone da pulire mi sono sentita persa. Per fortuna c'era la figlia: non che sia il massimo come aiutante, anzi a un certo punto ha avanzato la richiesta che la facessi mangiare perché si era stufata di aspettare gli americani dispersi, ma c'era, era lì, mi aveva portato al mare con la mia macchina, e vedere il suo sguardo di compatimento nei miei confronti era già tanto. Il marito aveva chiarito già da parecchio che si dissociava da questa impresa e gli è capitato pure un party per i sessant'anni della sua azienda proprio il fatidico venerdì; mi sono sentita abbandonata da lui: se mi fosse stato accanto o se avesse dovuto rinunciarci all'ultimo minuto per motivi di lavoro sarebbe stata tutt'un'altra cosa. Ciclicamente  penso che è finita tra noi, che di un marito part time non so che farmene, poi ci ricasco; anche stavolta mi ha parecchio deluso. Ma torniamo alla carbonara: finalmente papà ha risolto la situazione andando a piedi sulla Flacca incontro ad Andrea e i suoi; io ho calato la pasta, rosolato la pancetta e sbattuto le uova. La figlia, sempre critica, ha detto che più che una carbonara sembrava una frittata di pasta con poco bacon. I sette se la sono mangiata con gusto e hanno apprezzato anche le penne con le zucchine dell'orto, il prosciutto e melone, la tiella di scarola. Andrea trentacinque anni fa era un'adolescente ombrosa, con dei genitori noiosi e una sorella assente. L'ho ritrovata a capo di una famigliola dall'aspetto sereno, marito peloso e taciturno, figlia maggiore diciassettenne sveglia, gemelli quattordicenni un po' spauriti. Da ragazza sorrideva raramente, ora è molto più aperta. Come allora è una grande guidatrice e sta facendo vedere ai figli tutta l'Europa senza mai staccarsi dal volante. Vengono da Reno, che deve essere un posto veramente sperduto e sembrano contenti di tanta diversità. Certo apparecchiare, sparecchiare  e lavare i piatti non rientra nelle loro abitudini, almeno in trasferta, ma apprezzano il mio cibo e tanto mi basta. Papà felice che i suoi vecchi amici del periodo americano e la loro figlia abbiano avuto una calda accoglienza.

venerdì 7 luglio 2017

maturità

ieri sera dopo la cena familiare al ristorante sono riuscita a ottenere che il figlio mi illustrasse la sua tesina sul 1929 e su quello che era successo in quell'anno. Mi è parso sicuro di sé, convincente. Ha smorzato il mio entusiasmo dicendo, guarda che so solo questo, del nazismo, di Pirandello, di qualsiasi altra cosa non so niente di niente. Stamattina ha acconsentito a malincuore a lasciar assistere al suo esame la sorella, tornata dal mare per lui.  Alle nove e mezza il figlio mi ha chiamato con un tono tra il sollevato e il bastonato. Della tesina ai prof non importava niente, mi hanno chiesto Manzoni, Svevo, Matteotti, Van Gogh: si è capito che non li avevo studiati. Poveri prof, altro che maturità.

giovedì 6 luglio 2017

Cuori puri

comincia e finisce con una corsa disperata Cuori puri di Roberto De Paolis, ambientato in un’anonima  periferia romana, e il film non concede tregua allo spettatore per tutta la sua durata, tanto è palpabile il clima di emergenza in cui sono calati i due protagonisti. Agnese (Selene Caramazza: occhi espressivi, grande naturalezza) vive con una madre ossessionata dalla verginità che fa la volontaria in chiesa e ringrazia continuamente Gesù; Stefano (Simone Liberati: un fascio di nervi, molto bravo) a sua madre deve continuamente dare soldi perché lei e il marito non fanno niente dalla mattina alla sera. Agnese ruba un telefono al centro commerciale, Stefano che fa la guardia lì la insegue, ma poi, conquistato dalla sua aria ingenua, glielo lascia tenere, perdendo così il posto di lavoro. Si rivedono nel parcheggio in cui lui vigila le macchine litigando con i rom dell’accampamento adiacente; si piacciono; lei s’interroga sulla castità che il prete della sua parrocchia propaganda con tanto vigore. I genitori di Stefano vengono sfrattati, lui perde anche il secondo lavoro e si piega a fare lo spacciatore per l’amico d’infanzia… Un film  che non prende posizione, non giudica, non schematizza; presenta una realtà senza sbocchi e un amore che nonostante tutto cerca la sua affermazione.

mercoledì 5 luglio 2017

cercata e respinta

più si approssima la sua partenza per Milano più la figlia manifesta l'attaccamento alla mamma (oggi al mare ha persino invitato il nonno a pranzo, chiedendomi la ricetta della pasta con la ricotta). Al contrario il figlio diventa ogni istante più orso (non venire al mio esame orale, non ti ripeto la tesina, non leggo gli indifferenti di moravia). Lui sembra un prigioniero impaziente di uscire dalla gabbia, lei una migrante già piena di rimpianti. E io finisce che do il tormento a interlocutori occasionali come gli scrittori, propinando a fine intervista variazioni sul tema madre abbandonata. Se a un certo punto diserteranno piazza cavour sapete perché.  

martedì 4 luglio 2017

heaven

Ali Smith, oltre ad essere una brava scrittrice, ha un'aria molto simpatica. Stamattina, appena entrata in casa mia, se n'è uscita con un this is heaven. Ha aggiunto che non aveva mai visto un posto così bello e che non voleva più andarsene. È stata un'intervista intensa, che non sarà facile tradurre per la quantità di cose che ha detto e l'impeto con cui le diceva. Alle undici sono uscita insieme a lei e sono scappata in Dear. A fine giornata avevo un altro appuntamento, questa volta con Edoardo Albinati. Un po' la stanchezza, un po' l'emozione di trovarmi davanti l'autore della Scuola cattolica, un po' il suo fascino obliquo: mi sono scordata di spegnere l'aria condizionata in salotto. Il video è venuto bene, ha un'aria rilassata e non è accaldato, l'audio ha un rumore di fondo. Altro che paradiso delle interviste, al massimo un purgatorio.

lunedì 3 luglio 2017

Il simpatizzante

il Capitano al centro del romanzo il simpatizzante di Viet Thanh Nguyen, tradotto da Luca Briasco per Neri Pozza, vive immerso nella duplicità: intanto perché fa la talpa al servizio dei Viet Cong tra i vietnamiti filoamericani, poi perché l'America dove ha svolto gli studi universitari (e scritto la tesi su Graham Greene) lo attrae e lo disgusta in egual misura, e infine per la sua natura di "bastardo" (è figlio di una vietnamita e di un prete francese e ha subito per questo pesanti discriminazioni da parte dei parenti materni). Il libro si apre nell'aprile 1975 con una memorabile ritirata da Saigon: il Generale, al cui servizio il protagonista lavora da cinque anni, è costretto a scappare a Los Angeles con la famiglia e i collaboratori più stretti; i posti in aereo sono limitati e il destino di chi resta pare segnato. Il Capitano riesce a inserire nella lista il suo amico fraterno Bon, ma sulla pista questo perde moglie e figlio per una sparatoria. Dopo la concitazione dell'inizio, il libro descrive più distesamente la vita quotidiana degli espatriati vietnamiti in America, tutti costretti a svolgere lavori manuali e tutti immersi in una nuvola di frustrazione e risentimento; il Generale e sua moglie, l'elegante Madame, aprono un ristorante per raccogliere soldi con cui organizzare la controrivoluzione. Per compiacere il Generale e distogliere da sé ogni sospetto di tradimento, il Capitano, rimasto in contatto con il suo amico e mentore Man in Vietnam, si trova a pianificare ben due delitti di innocenti, i cui fantasmi continueranno a comparirgli davanti. Prima  di tornare nel suo paese insieme all'aspirante suicida Bon, il Capitano fa in tempo a innamorarsi di una signora di origine giapponese che gli si concede con disinvoltura e della figlia maggiore del Generale, che invece è un osso duro. Un'altra parte rilevante del racconto riguarda la lavorazione di un film sulla guerra nel Vietnam: divenuto consulente del regista (un simil Francis Ford Coppola pieno di sé), il Capitano va nelle Filippine con il resto della troupe e si batte perché le comparse vietnamite godano di un minimo di considerazione. Il tono scelto dall'autore scivola spesso nel satirico, non mancando di registrare le follie hollywoodiane (l'attore che non si lava per calarsi nella parte di eroe tutto dedito alla missione, il bambino prodigio che ruba la scena agli altri, la diva lesbica con cui ci provano tutti). La forma che Viet Thanh Nguyen dà alla sua narrazione è quella di un memoriale: il protagonista dichiara subito di essere chiuso in una cella e di star scrivendo le sue confessioni. E così si arriva all'ultima parte del libro, la più indigesta, quella dedicata alla pratica della tortura. Premio Pulitzer 2016, Il simpatizzante è un romanzo a più strati che, evidenziando le follie di rivoluzionari e controrivoluzionari nel tormentato paese asiatico, mette in luce le crepe della democrazia e dell'intero sistema di vita degli americani. Davvero notevole.

domenica 2 luglio 2017

all'aeroporto di Lanzarote

svegliandomi in piena notte mi sono stupita di non sentire alcun rumore: era parecchio tempo che il marito non dormiva così tranquillo, senza girarsi, avvoltolarsi nel lenzuolo, russare. Ci ha fatto bene questa vacanza, ci siamo riposati, ritemprati, ritrovati (o almeno a me sembra). Mi aspetta un luglio pieno di lavoro, l'orale del figlio, il week end con gli americani, la laurea della figlia. Ad agosto il viaggio in America, poi le partenze, e da settembre una vita da quasi single, non del tutto priva di attrattive.

sabato 1 luglio 2017

LaRose

terzo romanzo che leggo di Louise Erdrich (ma suo quindicesimo), LaRose, tradotto da Vincenzo Mantovani per Feltrinelli, è un libro straordinario, uno di quelli che fai fatica a posare mentre lo stai leggendo e che ti continua a ronzare tra i pensieri dopo che l'hai finito. Si apre con un tragico incidente:   Landreax, un fisioterapista indiano, spara ad un cervo; questo scappa e a cadere ucciso è Dusty, il bambino dei vicini. Landreaux e sua moglie Emmaline decidono di cedere a Peter e Nola, i genitori della vittima, il loro ultimo figlio, LaRose, secondo una vecchia usanza della tribù. La dolorosissima scelta non placa gli animi: Nola continua a oscillare tra il bisogno di aggrapparsi a LaRose e il desiderio di togliersi la vita, mentre Emmaline è a sua volta straziata e non riesce più a voler bene al marito e svolgere il suo lavoro di recupero dei ragazzi problematici. Siamo in North Dakota alla fine del 1999. I protagonisti di questa storia, in cui lutto e vendetta si mescolano in un intreccio pieno di suspense, sono molti; oltre alle due coppie molto ben caratterizzate, ci sono gli altri quattro figli di Landreaux (di cui uno adottivo); c'è Maggie, la sorella di Dusty, un meraviglioso personaggio di undicenne bizzosa e sensibile, in bilico tra divenire una teppista o una persona piena di energia positiva; c'è padre Travis, quarantaseienne ex marine, che insegna arti marziali ai ragazzi, si tormenta al ricordo degli amici morti in Libano e ama di nascosto Emmaline; c'è Romero, amico d'infanzia di Landreaux, fuggito con lui da scuola, finito ai margini della società con uno spaventoso desiderio di rivalsa. E poi c'è la catena delle antenate indiane di nome LaRose, donne tutte dotate di un dono particolare che il ragazzino continua a incarnare, quello di capire il dolore degli altri, cercando ogni mezzo per vincerlo. Pur facendo riferimento a un mondo, quello degli indiani di oggi in America, che pochi conoscono, Erdrich riesce a dare valore universale alle vicende che narra e a conquistare il lettore.