domenica 23 luglio 2017

Il giardino degli inglesi


al centro del Giardino degli inglesi, il nuovo romanzo di Vladimiro Bottone, che riprende l’ambientazione ottocentesca e napoletana e alcuni dei personaggi del suo precedente Vicaria (passando da Rizzoli a Neri Pozza), ci sono un delitto, un commissario, un colpevole dai tratti demoniaci, dei poveracci accusati ingiustamente, ma quello che sembra stare davvero a cuore all’autore è il tema dell’infanzia violata, dei bambini di strada che in qualunque città e in qualunque tempo sono vittime degli appetiti sessuali degli adulti. Peter, il giovane inglese assalito in un vicolo di Napoli, e sua sorella Emma, morta mesi prima sempre in modo violento, avevano a cuore i bambini: lei insegnava canto all’orfanatrofio del Serraglio, lui voleva adottare una piccola fioraia, sottrarla ad un destino di prostituzione. Anche Gioacchino Fiorilli, il commissario che indaga sulla morte di Peter, si preoccupa del traffico di creature innocenti e sta alle costole di Domenico De Consoli, un medico che, con la scusa di visitare gli indigenti, riceve in casa minori di bell’aspetto. De Consoli è l’incarnazione del male: che sia lui l’anima nera della storia, Bottone non ce lo fa scoprire alla fine del libro, si limita ad aggiungere tassello dopo tassello crimini e sprezzo per il pericolo: ricatti, autoaccuse, desiderio di sfidare la sorte, incapacità di porre un limite alle sue voglie. Il lettore vorrebbe un finale catartico ma gli viene negato; tutto va come non dovrebbe (e come succede la maggior parte delle volte nella realtà non aggiustata da esigenze letterarie). Bottone ricostruisce con grande bravura la Napoli di metà Ottocento, soffermandosi da una parte sull’atmosfera putrida dei vicoli e delle tremende stanze ospedaliere dove vengono praticate le autopsie, dall’altra su quella più accogliente delle ville degli stranieri in città (gli inglesi, ma anche il medico austriaco con la bella moglie infelice). I fili in sospeso non mancano, si sente che ci sarà un terzo volume ed è un bene: la scrittura di Bottone non ha nulla dell’approssimazione dei romanzi seriali e lascia il desiderio di tornare a immergercisi.

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