mercoledì 30 agosto 2017

la scoperta della sporcizia

dopo i primi giorni di euforia per la propria indipendenza e per le attività ricreative organizzate dall'università, il figlio ora si trova a fronteggiare problemi pratici come quello di lavarsi i vestiti e togliere la polvere da sotto il letto. Ieri ha affrontato la prima lavatrice della sua vita nel piano interrato e ha scelto un meraviglioso programma a 20 gradi per mezz'ora, poi ha combattuto contro l'asciugatrice, ha perso e ha steso i calzini (immagino quanto profumati dopo questo lavaggio) ovunque nei suoi venticinque metri di appartamento. Oggi si è posto la questione dei ragni e ha scoperto di non avere né scopa né aspirapolvere. In più gli si è rotta la bici. Ho deciso di andare a trovarlo prima della fine di settembre. Sarà ancora lì?

La cura

una coppia arrivata al trentunesimo anniversario di matrimonio vince a tombola un soggiorno di quattro notti in un albergo in Engadina. Lei è entusiasta e sfoggia un vestito con i lustrini, lui i calzoni corti di un completo verde scuro. Le cento pagine della Cura di Arno Camenisch (tradotto da Roberta Gado per Keller) accompagnano i due dalla stanza da letto dell’hotel, alla sala da pranzo, dalla piscina al cimitero alla funivia e ci fanno assistere a un lancinante dialogo tra sordi, che sembra incarnare l’essenza della vita coniugale. Lui è un morto che cammina (la morte ritorna ossessivamente nei suoi pensieri, nei proverbi che cita, nelle riflessioni che fa sul passato e sul futuro), è taccagno, ingordo, fobico, non vede l’ora di tornare a casa e vorrebbe non essersene allontanato; lei è garrula, velleitaria (sogna l’Opera, la Scala di Milano, una crociera, il negozio di fiori che non ha mai avuto). Lui ostenta la sua ignoranza (la mia musica preferita è quella della pancetta in padella) lei parla per strafalcioni (facciamo parte anche noi della crème caramel). Un ritratto impietoso non solo della parabola discendente di un rapporto, ma anche dell’avanzare dell’età.

martedì 29 agosto 2017

la visita

lo ammetto, non è stata una grande idea quella di raccontare al ginecologo la mia travagliata estate, compresa la mancata gita in barca del marito. Avremmo dovuto dibattere sugli effetti della menopausa, sulle mie notti inquiete, non sul mio stato d'animo perturbato, ma ero arrivata così trafelata all'appuntamento  (un camion mi ostruiva l'uscita dal parcheggio e io detesto solo il pensiero di arrivare in ritardo) che quel poco di ritegno che ho si era dissolto. A un certo punto ho pensato che avrebbe chiamato il servizio neurologico, mi guardava con gli occhi spalancati. Mi ha detto che sto bene, ma che mi devo calmare. Forse anche leggere due libri al giorno non contribuisce alla mia lucidità.

Lincoln nel Bardo

che Georges Saunders sia un narratore eccezionale lo si capisce dalle prime righe del suo romanzo Lincoln nel Bardo (traduzione di Cristina Mennella, Feltrinelli). C’è un uomo: fa il tipografo, ha passato i quaranta, è brutto. Ha sposato una sedicenne bellissima di famiglia povera. La tratta con gentilezza, diventano amici, quando lei finalmente vuole essere iniziata da lui ai piaceri carnali, gli cade una trave addosso e lui muore. La morte è il tema di questo libro sfuggente e stupefacente: attratti dallo stile realistico vorremmo saperne di più su Hans Vollman, tipografo e sulle sue brame, ma dopo poche righe lui è morto, e sono tutti morti (e non vorrebbero esserlo) i personaggi del libro riuniti nel cimitero di Oak Hill a Georgtown. Saunders prova a dar voce ai rimpianti, ai ricordi, alle passioni di un gruppo di fantasmi. L’evento scatenante è l’arrivo nella cripta di Willie, il figlio undicenne di Abramo Lincoln. Il romanzo procede a singhiozzo come un accumulo di testimonianze: l’autore ricostruisce la malattia del bambino che si aggrava proprio la notte di un grande ricevimento dato da suo padre, presidente degli Stati Uniti. Un medico rassicura i genitori sul fatto che Willie si riprenderà; quando il malato muore, la madre crolla e il padre continua ossessivo a visitarlo nella cripta. Il Bardo è nel buddismo tibetano lo stato intermedio tra la vita e la morte: lì sosta Willie dando dei morti alle figure che lo circondano e scatenando in loro scomposte reazioni. Visionario, provocatorio, Saunders si pone l’obiettivo di immaginare l’inimmaginabile, di raccontare l’irraccontabile. Molto spiazzante. 

lunedì 28 agosto 2017

L'isola delle donne

nove donne che hanno segnato la storia dell’Inghilterra e quella del costume planetario: regine, scrittrici, capi di governo, creatrici di moda, le protagoniste dell’Isola delle donne di Roberto Bertinetti  (sottotitolo Ritratti di impareggiabili signore inglesi) hanno sfidato la società patriarcale, entrando nella storia. Di ognuna delle sue signore, che sia la regina Elisabetta, Agatha Christie, Margaret Thatcher, o Mary Quant, Bertinetti descrive l’infanzia e la provenienza familiare, i legami sentimentali, i principi ispiratori. Amatissime come Lady Diana, detestate come Margaret Thatcher, queste donne sono andate avanti per la loro strada, dopo averla faticosamente individuata. C’è chi ha goduto del sostegno di un marito affettuoso come la regina Vittoria o come Virginia Woolf, chi ha protetto la propria indipendenza come Jane Austen e la regina Elisabetta; tutte sono state capaci di reagire al pregiudizio antifemminile, dimostrando il proprio valore. Certo Bertinetti non nasconde le sue preferenze e mentre i ritratti delle grandi sovrane e delle stelle del firmamento letterario inglese sono quasi reverenti, diverso è il trattamento riservato a Lady Diana, ingenua lettrice di troppi romanzi rosa, che diventa icona pop quasi per caso (anche se poi è abilissima a sfruttare il suo talento davanti alle telecamere). Resta la domanda del perché proprio in Inghilterra. Gliela farò mercoledì quando lo intervisto.   

Chi ha bisogno di te


Meri ha diciassette anni, è l’unica di classe sua a non aver ancora avuto un ragazzo e la novità di ricevere biglietti da un ammiratore segreto la emoziona molto. Con la madre Meri parla soprattutto attraverso il linguaggio delle canzoni: quelle dei Queens e quelle di Freddie Mercury  che entrambe conoscono a memoria. La madre scrive testi per il teatro e ha la passione per gli alberi, li pianta per ogni occasione, per le persone che entrano nella sua vita e per quelle che decide di far uscire. In Chi ha bisogno di te (in uscita da Skira) Elisabetta Bucciarelli dà voce a un’adolescente concentrata sul desiderio di amare. Meri è stata segnata per sempre da un evento capitato quando aveva sette anni, l’incendio in un albergo di montagna: da lì derivano una mano ustionata, la separazione dei suoi (mai del tutto chiarita), e il dono di un udito straordinario. Bucciarelli segue la sua protagonista in classe, dove passa il tempo soprattutto con l’amica Sara e a casa, dove non fa che fantasticare su chi le manda i messaggi. Come in tutti i romanzi di Bucciarelli (che spazia tra generi diversi) il meccanismo della suspense è attivo sino alla fine e la soluzione del mistero non è quella che si aspetta il lettore. La formazione di Meri passa attraverso “la scoperta che l’amore ha molti modi per esserci. Ci vuole tempo e forse un po’ di vita per accettarlo”. Molta vita e molto tempo, aggiungerei io.

domenica 27 agosto 2017

Voci del verbo andare

Richard, professore emerito di filologia di Berlino, viene invitato a tenere una relazione su Seneca a Francoforte. È contento di andare, anche se intuisce di essere stato chiamato a sostituire qualcuno all’ultimo momento. Lo racconta a Osarobo, il ragazzo del Niger, che ospita spesso in casa sua, a cui sta insegnando a suonare il pianoforte e a cui ha regalato una tastiera per esercitarsi. Quando torna a casa dal convegno, Richard trova la casa devastata da un ladro, ha il sospetto che possa essere stato Osaroba, lo cerca al telefono, lui si eclissa. Questo fatto non modifica l’atteggiamento del docente nei confronti del gruppo di africani con cui ha familiarizzato. Voci del verbo andare della scrittrice tedesca Jenny Erpenbeck, tradotto da Ada Vigliani per Sellerio, è un libro che si legge d’un fiato. Parte da un fatto di cronaca (l’occupazione di una piazza di Berlino da parte di richiedenti asilo nel 2012) e racconta  terribili storie di emigrazione forzata, ma la sua forza sta soprattutto nella nel protagonista, un settantenne cresciuto nella ex Ddr che, soffrendo di solitudine da una parte (è appena andato in pensione, è vedovo senza figli), e sentendo dall’altra il peso della sua condizione di occidentale privilegiato, s’interessa alle sorti degli uomini che ha incrociato per caso nel corso della loro protesta. Comincia a intervistarli, come se dovesse fare una ricerca su di loro, finisce per aiutarli come può. Richard non è il prototipo del buono (ha tradito la moglie, l'ha fatta soffrire); è un uomo che si fa domande, che si mette nei panni degli altri, che usa l'immaginazione: “gli è già capitato spesso di pensare che tutti gli uomini, di cui ha fatto conoscenza lì, potrebbero benissimo trovarsi anche loro sul fondo del Mediterraneo. E all’inverso, che tutti quei tedeschi ucciso durante il cosiddetto Terzo Reich potrebbero abitare ancora adesso in Germania come spiriti: tutti quelli che mancano all’appello e anche i loro figli e i nipoti camminano accanto a lui per strada, pensa talvolta Richard… per lui la linea di separazione tra gli spiriti e gli uomini era sempre stata molto sottile”. Un meritatissimo premio Strega Europeo.

venerdì 25 agosto 2017

la congiura dei figli

continuando a dire, non ci coinvolgete nei vostri litigi, i figli hanno tramato ognuno per conto suo per accorciare le distanze tra me e il marito. Era a Maastricht con il figlio il marito quando si è finalmente deciso ad annullare la vacanza in barca senza di me (gesto che non era riuscito a compiere in America, nonostante le mie pressioni). E la figlia, coinvolgendoci nella sua vacanza a Ponza con il fidanzato, ci ha  presi demoralizzati, ostili, nervosi e ci ha rivitalizzato. Non che sia bastato approdare sull'isola per ritrovare il buon umore, ma certo ha contato la bellezza abbagliante del posto e hanno contato i ricordi delle numerose volte in cui siamo stati qui insieme. L'alloggio, scelto da me a caso e di fretta, è stata un'altra carta vincente: il commercialista romano e i suoi amici che hanno rilevato da pochissimo l'attività di una loro cliente sono super gentili, la stanza è silenziosissima, e ci hanno messo a disposizione un motorino che ci ha consentito di scorrazzare a nostro piacimento tra Le Forna e il porto. Primo giorno a Palmarola con il marito ancora molto stanco e gelido nei miei confronti; gli ho chiesto di lasciarmi guidare la barchetta e l'ha fatto, tenendosi alla larga da me. I ragazzi hanno una stanza sopra il porto e, dopo aver passato la giornata insieme, la sera ci siamo divisi. Temevo il momento in cui mi sarei ritrovata sola con lui e la cena non è stata un granché, anche perché tutti i ristoranti erano prenotati e siamo finiti da un Ciro dalla cucina per nulla memorabile. Oggi altre nuotate tra grotte e scogliere a picco nella zona di Chiaia di luna e tutt'altra atmosfera a bordo del mezzo affittato: la figlia dopo l'attivismo di ieri (chiacchierava, nuotava, non si fermava mai), si è dedicata al sonno e alle partite a carte con Paolo, mentre noi abbiamo ricominciato a scherzare e parlare. Mi sono liberata del peso che mi portavo appresso da quando ho scoperto per caso i piani estivi del marito che mi escludevano e anche prima, quando lo sentivo ostile e scontento. Credo che questa estate travagliata sia stata utile a entrambi. Vedremo. Intanto mi sono goduta una Ponza stupenda.

mercoledì 23 agosto 2017

La bella burocrate


Josephine ha un bisogno disperato di lavorare e accetta con entusiasmo l’impiego al Database, anche se si tratta di inserire codici astrusi in un ufficio di cemento senza finestre,  e anche se qui incontra solo La Persona con l’Alito Cattivo che l’ha assunta e Trishiffanny, una donna vestita di rosa che la riempie di domande imbarazzanti. Quando entra in altre stanze per informarsi sulla mensa trova sosia di sé; quando prova a uscire dall’edificio per mangiare il suo sandwich al formaggio, viene invitata a consumare il suo pasto davanti alla scrivania come fanno gli altri; quanto attacca un calendario con paesaggi alla parete le dicono di staccarlo. È così abile Helen Phillips a costruire un muro di gelo attorno alla sua protagonista che, pur leggendo il libro stesa all’aperto su un lettino, ho provato un’intensa sensazione di freddo e claustrofobia. La bella burocrate, tradotto da Cristina Pascotto per Safarà è un romanzo incubo in cui a Josephine succedono le cose più strane e non solo al lavoro: lei e suo marito Joseph sono costretti a cambiare tre case e di subaffitto in subaffitto trovano sistemazioni sempre più desolate; una cameriera gentile dice di predire il futuro e poi si scopre che i suoi responsi sono uguali per tutti; Joseph scompare e ricompare… Persino la gravidanza di Josephine assume tratti inquietanti. Paragonata dai critici a Kafka, Caroll, Atwood, Orwell, Murakami, Philips gioca con le assonanze linguistiche e dà corpo alle sue cupe fantasie. La prima parte mi è parsa più compatta ed efficace della seconda.

sotto i peggiori auspici

il mare è piatto, le previsioni del tempo sono ottime. A parte questo, i nostri tre giorni a Ponza (ci imbarchiamo domani mattina presto da Terracina) partono sotto i peggiori auspici. Il marito è tornato sfatto dal suo lungo viaggio in macchina e lancia in giro occhiate che inceneriscono; la figlia che ci ha voluto coinvolgere nella sua vacanzina romantica (per farci ritrovare? per scroccare un giro nella barca affittata e una buona cena?) si è pentita e ci lascerebbe volentieri a casa. Intanto il figlio si è comprato a Maastricht una bella bicicletta, ha conosciuto un sacco di gente e al momento (le lezioni non sono ancora iniziate) la sua massima preoccupazione è che gli si sta gonfiando la pancia per quanta birra ingurgita ogni giorno. Se non altro le notti romane lo hanno preparato alle bisbocce di un campus. Ci ha visto lungo il figlio, la famiglia è bella se tenuta a distanza.

martedì 22 agosto 2017

Addio, cowboy


“Le persone che hanno avuto fortuna a volte parlano dei loro giorni peggiori o migliori e delle notti peggiori o migliori della loro vita. Noi che abbiamo avuto meno fortuna, non ne parliamo; sappiamo che esistono giorni dopo i quali forse può andare bene o male, ma niente andrà peggio o meglio.” L’io narrante di Addio, cowboy, il romanzo di Olja Savičević tradotto dal croato da Elisa Copetti per L’asino d’oro, e ambientato in una cittadina vicino Spalato, è Dada, una giovane donna, soprannominato La Rugginosa per il colore rosso dei capelli e per il suo carattere aspro.  La Croazia in cui torna Dada per accudire la madre durante un’assenza della sorella è un paese che non si è ripreso dalla guerra civile, e che è cambiato solo in superficie, nella parte turistica. Dada accompagna in giro Ma e intanto indaga sulla morte dell’amato fratello Danijel che amava gli animali, le stelle e le storie western e si è buttato a diciotto anni da un cavalcavia. Ma a contare in questo romanzo è soprattutto lo stile visionario e intriso di sarcasmo della scrittrice, più vicino alla poesia che alla prosa, adattissimo a ricreare un clima di mancata pacificazione e lo spaesamento dei giovani.

lunedì 21 agosto 2017

con mio padre

a cena in piazzetta stasera eravamo solo io e papà (la figlia e il fidanzato qui a casa con amici, il nipote sui monti). Sono arrivata all'appuntamento fuori di me e con lo stomaco serrato, parlando con lui mi sono calmata e alla fine sono riuscita anche a gustarmi la pasta con le alici e il gelato all'amaretto. Non è andato tutto liscio, a un certo punto stavamo per litigare di brutto, perché ha cominciato a espormi una teoria assurda sull'origine dei miei problemi coniugali, ma per fortuna ci ha interrotto la madre di un amico del figlio e dopo la chiacchiera con lei abbiamo cambiato discorso. Un padre ottantottenne non andrebbe gravato delle confessioni di una figlia; un po' io mi confesserei anche con i sassi; un po' a lui piace darmi consigli e sentirsi utile (stasera lo è stato davvero).

Il tuffo



“La verità è che durante un’operazione ti sentivi al di sopra del senso di colpa e del libero arbitrio. Era la vita di tutti i giorni a Belfast a renderti sporco. La quotidianità del dover vivere sotto copertura, la scarica di adrenalina nelle vene. L’operazione aveva un effetto catartico. Tutto quello che facevi era così silenziosamente preciso, ogni gesto andava legato con una tale cura al successivo, che, quando a fine giornata ti sdraiavi a letto, la mente era una vasta distesa vuota. Nessun dubbio, nessun rimpianto.” È difficile leggere Il tuffo di Jonathan Lee (traduzione di Sara Reggiani, Big Sur) senza pensare agli attentati terroristici di oggi, ai loro esecutori e soprattutto alle loro vittime. Lee, nato in Inghilterra e trasferitosi a New York, prende spunto per il suo romanzo dal tentativo fallito dell’IRA di uccidere Margaret Thatcher al Gran Hotel di Bristol nell’ottobre del 1984 (in quell’occasione morirono cinque persone e ci furono quaranta feriti). Il primo dei tre personaggi del libro a entrare in scena è Dan, l’attentatore. Lo conosciamo il giorno della sua iniziazione: ha solo diciotto anni e viene messo alla prova da un tizio che gli chiede di sparare a un cane che gli fa le feste (tutti i contatti con i militanti sono all’insegna della brutalità e dello sconcerto per questo ragazzo che se non avesse visto morire in modo assurdo il padre sotto i suoi occhi avrebbe fatto la vita dell’elettricista). Ma più che a Dan, Lee riserva la sua attenzione a Moose e Freya, il vicedirettore dell’hotel dove viene messa la bomba e sua figlia. Moose, ex promessa sportiva (da ragazzino era molto popolare a scuola perché riusciva in tutto), ha avuto la vita devastata dall’abbandono della moglie e anche Freya, che ha diciotto anni, soffre molto per la mancanza di contatti con la madre. Lee ci racconta il sogno di Moose di riscattarsi dalla mediocrità attraverso la promozione a direttore del Grand Hotel: per lui l’arrivo della Thatcher è l’occasione sempre sognata di mettersi in luce; ma ci racconta anche i suoi problemi con le donne (è troppo timido per farsi avanti), la sua mancata carriera di tuffatore, la sua preoccupazione per Freya, che pur avendo chiuso brillantemente il liceo, non sa se andare all’università. Freya poi si staglia davanti ai nostri occhi con i suoi tentennamenti da tarda adolescente: mi taglio o non mi taglio i capelli, mi piace il giovane che ha appena prenotato la stanza all’hotel o Johnny il surfista che piace a tutte ma forse non è molto intelligente, e la mia amica che ce l’ha con il mondo, devo aiutarla nella sua protesta antithatcher? Dan mette la bomba nel bagno del Grand Hotel, come gli viene richiesto dai suoi capi. Il dubbio che possa andarci di mezzo la ragazza carina con cui ha fatto conversazione al desk cerca di scacciarlo dalla mente. Ci appassioniamo al destino di queste tre persone e sentiamo quanto sia folle che un piano concepito da altri irrompa nello loro vite. Drammatico e insieme capace di tratteggiare con umorismo le incongruenze del vivere, Il tuffo è un libro molto originale e di grande efficacia.

domenica 20 agosto 2017

nostalgia della quiete

giri di boe: tre (uno in meno del solito), pagine lette: circa trecento (un po' più del solito). Stato d'animo: fortemente perturbato. Non vengo, vengo, vengo ma mi rode (ci manca solo sentirmi attribuire la qualifica di ricattatrice emotiva). Che fatica, che rimpianto per le passate estati (non quelle recenti) in cui si sceglieva dove andare, non con chi o senza di chi. Comunque vada siamo vicini a una svolta.

sabato 19 agosto 2017

come una telenovela

mi alzo tutta fiacca alla prospettiva dell'ennesima giornata di boe e di libro, poi ci prendo gusto (il romanzo di Jonathan Lee mi piace molto e il mare è perfetto per nuotare, liscio e pulito). Decido che una settimana così non è da buttar via, devo solo tenere a freno l'autocompatimento da una parte e la rabbia per il comportamento del marito dall'altra. Alle quattro del pomeriggio il colpo di scena: mi arriva un suo messaggio, ho cancellato il viaggio in Croazia. Lì per lì m'innervosisco, penso subito, ora me lo rinfaccerà per sempre, ma lui riesce ad aggravare la situazione telefonandomi e chiedendomi con tono polemico, se cancello che facciamo noi due, non penserai che io stia sulla spiaggia? Se cancello??? Ma hai cancellato o non hai cancellato? E come pretendi che io mi metta in competizione con i fantomatici ungheresi, organizzando in quattro e quattr'otto una vacanza più divertente di quella pianificata da loro? E perché mai dovrei farlo, venendo incontro ai tuoi capricci? Dopo cena mi chiama su facetime e mi fa vedere ogni angolo della casa del figlio (e gli angoli sono pochi perché è un buco di casa); mentre mi racconta della loro gita all'Ikea, della ragazza bionda del piano di sopra, della lavatrice nel piano interrato, della discoteca organizzata dall'associazione studentesca lunedì sera, butta là che stanotte penserà alla mia proposta (alla fine gli ho scritto di tornare indietro senza fretta e che giovedì potremmo accodarci a figlia e fidanzato che hanno prenotato due notti a Ponza, stando in un albergo diverso dal loro b&b e affittando un barchino: un mix irrinunciabile di barca, famiglia, intimità). Improvvisamente la tensione di questi giorni si è sciolta, lui è riuscito a scherzare sugli ungheresi e la loro delusione per non averlo a bordo, io mi sono resa conto di aver superato ogni rancore. Ma come in ogni telenovela che si rispetti non è detta l'ultima parola.

venerdì 18 agosto 2017

da Roma a Mannheim (direzione Maastricht)

sono partiti da Roma prima delle sette e sono arrivati a Mannheim alle dieci e mezza di sera; il tratto più brutto è stato quello dal Brennero in su. A pranzo si sono fermati a Cernobbio, in un buon ristorante. Che padre e figlio abbiano condiviso questa avventura (si sono pure alternati alla guida) è un'ottima cosa. Taciturni entrambi, non so come siano riusciti ad intrattenersi così a lungo; certo è che questa giornata se la ricorderanno. Preso com'era dal suo lavoro, da piccoli ai figli non ha riservato grandi attenzioni, ma non li ha oppressi neanche una volta, e meglio un padre stanco che un padre pesante. Ora che sono cresciuti sanno che possono contare su di lui. Per una volta ho fatto bene a non imporre la mia presenza e sì che mi è costato non saltare in macchina anch'io.

Appunti per un naufragio


“È un’isola in cui gli elementi ti piombano addosso senza che nulla glielo impedisca. Non esistono ripari. Si è trafitti dall’ambiente, attraversati dalla luce e dal vento. Nessuna difesa è possibile”: questo efficace ritratto di Lampedusa compare nelle prime pagine di Appunti per un naufragio di Davide Enia, pubblicato da Sellerio. Negli ultimi tempi Lampedusa, oltre ad attrarre un gran numero di giornalisti e politici che si dedicano alle continue emergenze, viene posta al centro di diverse narrazioni: è grande il desiderio di raccontare cosa sta veramente accadendo in questo pezzo di Italia che dal punto di vista geologico è Africa, e che per molti africani è la terra promessa e per molti altri una tomba. Enia sceglie di tornare a Lampedusa (isola in cui era stato in vacanza varie volte, la prima da ragazzo con gli amici, scappando via per il caldo, la fame, la mancanza di discoteche) con suo padre, cardiologo in pensione e fotografo per passione. Tra loro c’è un forte legame che fatica ad esprimersi; ascoltano insieme i racconti della coppia che li ospita nel bed & breakfast e insieme soffrono per la malattia terminale dello zio Beppe. Gli ultimi mesi del fratello del padre che vive a Reggio Calabria, le telefonate con lui, le visite, s’intrecciano alla raccolta di esperienze di vita vissuta dagli isolani a contatto con la sofferenza e la morte. L’ex avvocato palermitano che ha scelto di vivere a Lampedusa, il volontario romano, il comandante della guardia costiera, il sommozzatore, il ginecologo di Lampedusa, la dottoressa che dà supporto alla marina militare: ognuna di queste persone ha dovuto confrontarsi con la terribile realtà degli sbarchi, con la gioia di chi arriva e a volte si mette a saltare e ballare, con lo strazio di chi ha sofferto pene inenarrabili, e soprattutto con la visione ripetuta di cadaveri. È un libro che nasce dalla volontà di testimoniare l’importanza dei legami umani, che siano quelli tra un nipote e l’amato zio, o quelli tra chi soccorre, nutre, accoglie e chi fugge nudo dall’orrore. Intenso.