martedì 15 agosto 2017

ad Harvard con il magone

il pensiero dell'imminente partenza del figlio per Maastricht si è insinuato in una pausa del mio sonno, impedendomi di riaddormentarmi. Non la giornata migliore per andare a visitare una città universitaria: vedevo le coppie di genitori che accompagnavano i loro pargoli nei dormitori e dovevo trattenere i singhiozzi. Mi sono resa conto di aver sbagliato a cedere  alle richieste di tutti: a quella del figlio di lasciargli la casa libera al mare (passarci qualche giorno insieme mi avrebbe forse meno duro questo passaggio) e a quella del marito di essere lui solo ad accompagnarlo in macchina (ora sarebbe pronto a portare anche me, ma ci mancherebbe solo partire con loro e venir scaricata in un aeroporto per consentirgli di raggiungere gli innominabili in Croazia). Ho fatto un goffo tentativo di coinvolgere la figlia in un tour familiare dell'ultimo minuto e lei giustamente ha risposto che sta bene dove sta, al mare, e che suo fratello ha avuto modo di salutarlo in questi giorni. Se avessi dato più retta ai miei desideri forse non sarei stata così attanagliata dalla tristezza, ma la sostanza è che lui se ne va e io non sono pronta per niente.

la Boston dei musei

tra i musei di Boston ho scelto di visitare il Museum of Fine Arts (bellissimo, grandissimo, spettacolarissimo) e l'Isabella Stewart Gardner Museum, che raccoglie la collezione privata di questa miliardaria americana. Nell'Isabella colpisce innanzitutto l'edificio: un palazzetto circondato da un bel giardino e riempito di opere d'arte di ogni tipo, dalle madonne rinascimentali a statue cambogiane,  dagli arazzi ai sarcofagi, dai pittori olandesi alle vetrate delle chiese... un posto incredibile che mi pare sintetizzi bene l'amore bostoniano per la cultura. Più tardi, uscendo dal grattacielo su cui eravamo saliti a vedere la città (e in cui abbiamo assistito a un bel filmato sulla storia di Boston, una storia di immigrazione non sempre gloriosa, come prova il caso di Sacco e Vanzetti, giustiziati solo perché italiani e anarchici) ci siamo imbattuti nella Boston Public Library: ampi spazi super accoglienti, libri in tutte le lingue, computer, postazioni, divani, poltrone, un posto in cui si può bere, mangiare ma soprattutto leggere leggere leggere. Finora l'unica cosa che non mi abbia entusiasmato qui è la metropolitana: l'abbiamo presa stamattina per andare al MFA e ci è parsa cadente, tetra, soffocante. Alla fermata sotterranea c'era un negozietto pulcioso di quelli che vendono di tutto e dentro una povera donna costretta a passare la giornata lì. Per vivere bene qui bisogna essere ricchi o ricchissimi, a parte i barboni, abbastanza frequenti, qui come a Washington e soprattutto a Toronto, deve esserci un sacco di gente che fatica a guadagnarsi da mangiare. Domani Harvard e alle undici di sera il volo diretto per Roma.

lunedì 14 agosto 2017

Boston a piedi e dalla barca

giornata di sole pieno: sulla barca per vedere Boston e le sue isole dal largo sembrava di essere in una grande padella. L'effetto dei grattacieli da lontano è bellissimo. A bordo per novanta minuti una ragazza ha illustrato tutti gli aspetti della città, dai prezzi delle case alla sua storia e noi non abbiamo capito che una parola qua e là, dollar apartments history war pier... siamo scesi piuttosto suonati e ci siamo diretti al parco dove la fontana d'ingresso era piena di bambini che si facevano il bagno e di coppie distese sul prato (un prato verde perfettamente inaffiato e tagliato, ma qui tutto l'arredo urbano è oggetto di una gran cura). Al ritorno un po' di shopping (ho deciso di rinnovare le mie tenute da palestra e qui ho trovato come sbizzarirmi, mentre il desiderio di portare qualcosa ai ragazzi è frenato dai loro gusti difficili). In barca e nel parco abbiamo continuato a parlare parlare parlare. Mi pare che siamo riusciti a superare la fase ostile. Il marito stasera ha l'aria parecchio stanca.

domenica 13 agosto 2017

arrivo a Boston

a Boston siamo arrivati in un soffio, abbiamo lasciato la macchina all'aeroporto e una brusca ispanica conducente di Uber ci ha portati nell'albergo chic nella zona della finanza. La stanza non era pronta e ci siamo mossi verso il mercato con l'idea di mangiare un boccone, poi Boston ci ha catturato con  le sue case di mattoni in perfetta armonia con i grattacieli più avveniristici, le sue strade piene di gente, di suonatori, di giocolieri, i tavoli da ping pong e le scacchiere, le barche, i giardini e siamo rimasti in giro fino a tardi. Con il mio compagno di viaggio ho parlato più in questi giorni che nei quasi quarant'anni che lo conosco. Ho vuotato il sacco sui miei velleitari tentativi di adulterio, e lui mi ha ascoltato tra l'inorridito e il divertito. Come si fa a sentire una persona così vicina e così lontana nello stesso momento. Viaggio molto impegnativo soprattutto emotivamente e Boston ancora più bella di come la immaginavo.

sabato 12 agosto 2017

a Newport

nei giorni passati ero stata molto serena; stamattina alla partenza da Albany invece mi sono sentita oppressa da un pensiero fisso e, siccome non è da me tacere un'ossessione, il viaggio da Albany a Newport è stato un lungo monologo sulla vacanza progettata dal marito in Croazia con i fantomatici amici ungheresi. Il succo del discorso era se vai, tra noi è finita, ed è un peccato finirla visto che stiamo bene insieme. Abbiamo parlato parlato parlato e le bellezze di Newport, il suo porto affollato di barche a vela, le ville maestose, il sentiero sulla scogliera, sono scivolate in secondo piano. In realtà sono convinta che debba andare e togliersi questo sfizio, ci mancherebbe solo averlo intorno sconsolato per il resto dell'estate. Questa cosa non doveva pianificarla, fa parte del suo stato d'insoddisfazione che lo spinge a sognare momenti di evasione, ma se vuoi evadere da un matrimonio fallo per bene e di nascosto, oppure alla luce del giorno e tronca il matrimonio, senza pretendere di tenere tutto insieme, la moglie felice e la vacanza autonoma. Mi pare che abbia recepito il messaggio, per ora e sia  alquanto afflitto. Io sputato il rospo sono più tranquilla, le cose andranno come devono andare. Psicanalizzare il marito mi ha un po' stancato e chissà che il mio punto di vista non sia pure sbagliato.

venerdì 11 agosto 2017

da Toronto ad Albany

partiamo presto e stavolta la strada è sgombra e anche piacevole da attraversare, una volta che ci lasciamo alle spalle i sobborghi di Toronto, fitti di grattacieli, mentre altri spuntano qua e là in costruzione (ma che farà mai tutta questa gente in città?). Sosta a Gananoque, un'amena cittadina canadese, quasi al confine con l'America, da cui partano barche per le innumerevoli isolette verdi, non a caso chiamate Thousand Islands. Il tempo di mangiare un boccone e di nuovo in macchina, immersi nell'America dei campi di grano e delle mucche. Mentre il marito guida spensierato con Tiziano Ferro che canta dal suo ipod, sul telefono arriva un messaggio dal vicino di Sperlonga. Nonostante sia un poliziotto, il vicino è l'uomo più mite, prudente e inoffensiva che io conosca. Il messaggio recita così: veglia sui ragazzi, ieri notte c'è stato un grosso diverbio, anche se ora la situazione sembra tranquilla. Il che tradotto e liberato dal diplomatichese del vicino vuol dire, vostro figlio è fuori controllo, lui e i suoi amici non ci hanno fatto dormire con le loro urla selvagge mentre tu ne vai in giro a farti gli affari tuoi, intervieni, cazzo. Chiamo il figlio che mi risponde con tono contrito e per prima cosa pronuncia la fatidica frase, non è colpa mia, sono stati Alessandro e Gazzino a litigare dopo una partita. Mi figuro la scena del poker notturno in veranda con i ragazzi strafatti di alcol e marijuana che si scambiano insulti e vorrei sprofondare. Chiedi scusa ai vicini e caccia tutti da casa, gli dico concitata e lui, mortificato, va bene. Una volta arrivati ad Albany lo risento al telefono, mi assicura che l'incidente è superato, l'amico rissoso è ripartito, la madre del vicino gli ha detto che si era preoccupata per lui che conosce da quando era piccolo, e mi arrivano anche le scuse di Alessandro. La vergogna resta, il figlio che schiamazza di notte con i genitori oltreoceano ce lo saremmo risparmiati volentieri. Albany è piena di palazzi monumentali, fa caldo e non c'è un'anima in giro. È solo una tappa e facciamo shopping selvaggio di medicine. Non siamo normali neppure noi.

giovedì 10 agosto 2017

a Toronto Island Park

dice di essere stufo del suo lavoro ma ci resta invischiato, come ha sempre fatto, il marito. Così stamattina, per lasciargli fare la sua call indisturbato, sono sgusciata fuori dalla stanza e mi sono andata a vedere l'Art Gallery of Ontario, che è ospitata in un edificio nuovo in piena Chinatown (l'impressione che dà l'architettura di Toronto è di gran disordine: costruiscono, costruiscono ma i grattacieli sembrano spuntare a casaccio e i vecchi edifici sono mezzi in rovina). La galleria al primo piano ospita vari impressionisti, due Picasso, un Van Gogh; al piano di sopra i canadesi che dipingono paesaggi innevati a cui non sono riuscita ad appassionarmi, e una sorprendente sala piena di statue di Henry Moore. Ci siamo dati appuntamento all'uscita e visto che il tempo era bellissimo abbiamo preso il traghetto per l'isola di fronte insieme a una gran massa di vacanzieri con biciclette, materassini, asciugami e merende. Uno degli Uber preso in questi giorni ci ha detto che qui è stata un'estate freddina e piovosa: oggi faceva caldo quasi come a Roma. A differenza di Roma l'isola è tutta fiorita e ordinata, mette di buon umore. Con le biciclette che abbiamo affittato ce la siamo girata in lungo e in largo e poi abbiamo trovato una spiaggia clothing optional dove ci siamo stesi per un po' al sole (in mezzo a una popolazione a prevalenza gay molto garrula ed espansiva). La vista di Toronto dal mare da sola vale la gita. Al ritorno sosta al St Lawrence Market con banchi dove tutto è gigante: le bistecche, i salmoni, le aragoste, e persino le vongole. Toronto non è una meta imperdibile ma un giorno e mezzo a girarla è volato e domani si torna in America.

mercoledì 9 agosto 2017

The Leisure Seeker

lei, Ella, ha un cancro in fase terminale; lui, John, sta sprofondando nell'Alzheimer: invece di aspettare l'ospedalizzazione e la morte nella loro casa di Detroit i due salgano sul camper Leisure Seeker e partono per un ultimo viaggio verso la California. Leisure Seeker, il romanzo di Michael Zadoorian (HarperCollins 2016) mette in scena una coppia di ottantenni americani come tanti, non particolarmente colti, né sofisticati (l'incipit è "siamo turisti, non viaggiamo per espandere la mente", la loro metà è Dysneyland, dove si sono divertiti con i figli; non fanno altro che bere birra e mangiare hamburger). Quello che cattura il lettore e lo fa arrivare alle ultime pagine con un groppo alla gola è la bravura con cui Zadoorian dà voce a Ella, una donna capace di guardare in faccia alla morte e di prendersi dalla vita quello che desidera fino in fondo. Che cosa voglia dire essere vecchi, trovare tutto sovradimensionato e difficile da affrontare, sentirsi chiamare cari da sconosciuti, aver perso poco alla volta  tutti gli amici, non dormire la notte, subire i rimproveri dei propri figli sempre pronti a imporre la loro volontà protettiva, è uno dei temi del libro. L'altro è l'amore coniugale: Ella manipola John, che è in uno stato di semi trance, lo fa guidare per chilometri, lo rassicura con piccole innocenti bugie, e così riesce a risvegliare in lui momenti di coscienza in cui loro due tornano a essere  quello che sono stati, una coppia unita che adorava fare insieme le cose. Come tutti i libri on the road, The Leisure Seeker è anche una galleria di incontri e ritratti: ci sono il poliziotto che li ferma e poi perplesso li lascia andare, ci sono i rapinatori messi in fuga dalla pistola di Ella, c'è la giovane coppia con bambino che cena con loro e guarda le diapositive... Ho amato molto questo libro e correrò al cinema a vedere la versione che ne darà Paolo Virzì con Donald Sutherland e Helen Mirren. Intanto è stato tradotto in italiano per Marcos y Marcos con il titolo In viaggio contromano.

in coda a Toronto

la prima barca a partire per le cascate del Niagara era alle otto e noi ci siamo mossi per tempo per evitare file. In breve la barca si è riempita, ma non c'era alcun affollamento, in quei posti la vita notturna attira molto e la mattina si dorme. Arrivare sotto lo scroscio non è male, ci si bagna un po' e si prova l'emozione di vedere da vicino l'acqua che cade con grande potenza e gli arcobaleni che si formano sulla sua scia. Felici di aver fatto il giro e felici di partire per Toronto. Qui in entrata ci ha accolto un traffico congestionato sotto un lunghissimo cavalcavia decrepito: non il miglior modo di presentarsi di una città. Poi ho mangiato i miei adorati waffles con lo sciroppo d'acero e mi sono rinfrancata. A piedi abbiamo raggiunto la piazza dove ci sono la CN Tower, una delle più alte al mondo, e l'acquario. Avevamo deciso di dedicare il pomeriggio a queste due attrazioni e credevamo di far presto (già pregustavo di poter finire il mio The Leisure Seeker, di cui mi mancava l'ultimo capitolo). La visita all'acquario è stata abbastanza rapida, seppur super caotica: sembrava che tutto il Canada si fosse riversato a rimirare gli squali; per salire sulla torre siamo stati in piedi più di due ore. La fila fuori dall'ingresso è durata un quarto d'ora; nessuno ci ha avvisato che, una volta comprato il biglietto, ne avremmo trovata una chilometrica dentro: e solo per vedere Toronto dall'alto! Vabbè è andata, il libro lo leggo dopo cena, ora dobbiamosolo riprenderci dall'attesa di un ascensore più lunga della storia.

martedì 8 agosto 2017

da Washington a Niagara

se l'era messa in testa questa tappa alle cascate il marito, e io l'ho lasciato fare, considerando che se si sobbarcava tutta la guidata da Washington al Canada doveva tenerci proprio molto (oggi mi ha confessato che suo padre sin da piccolo gli aveva magnificato questo posto: il generale aveva tanti pregi ma come guida turistica non l'avrei mai assunto). Siamo usciti dall'albergo alle sette di mattina,  pioveva a dirotto; ha piovuto per tutto il primo tratto del viaggio (e uscire da Washington con la macchina a noleggio presa all'aeroporto Ronald Reagan ci ha richiesto un'ora buona). Strada in mezzo agli alberi, a quattro corsie, a tre, a due, a una. Non si arrivava mai e passare la frontiera è stato un incubo: incolonnati per un tempo infinito. La cascata di per sé sarebbe spettacolare ma intorno hanno costruito talmente tanto che sembra di essere a una Dysneyland per adulti con tanto di casinò e torre con ascensore. Un sacco di gente si aggira con impermeabili di plastica e sorriso estatico. Domani saliamo sulla barca per vedere l'acqua che cade da sotto (se non ci mettono in prigione per aver strozzato i vicini di stanza che starnazzano entusiasti della cascata illuminata).

lunedì 7 agosto 2017

una domenica a Washington

l'albergo scelto dal marito è a Georgetown, la parte vecchia di Washington: case in mattoni rossi, negozi carini, e un piccolo approdo sul fiume, ieri sera pieno di gente. Noi siamo scesi dall'aereo alle quattro di pomeriggio parecchio stonati e ci siamo sforzati di non buttarci subito a dormire, ma la prima passeggiata e cena in città ce le siamo godute poco, non sognavamo altro che un letto. Stamattina è andata meglio. Avevamo le idee chiare: il marito voleva vedere il museo di storia naturale (quello con gli scheletri di dinosauri: imponente, ma un po' vecchiotto come impostazione), io la National Gallery (stupenda, e siamo stati i primi all'apertura, me la sono goduta quadro per quadro). Dopo aver trascorso così piacevolmente la mattinata, ci siamo concessi un ristorante messicano dove ho mangiato il guacamole più buono di sempre preparato davanti ai nostri occhi. A questo punto per vedere più cose possibili siamo saliti su un autobus rosso e arrostendoci un po' (nel frattempo era uscito un gran sole) abbiamo visto la Union Station, il Campidoglio e vari monumenti.      Di Washington mi ha colpito l'aspetto di vetrina del paese: i meravigliosi musei con ingresso gratuito (troppi ce ne sono rimasti da vedere, tornare qui in un'altra occasione è d'obbligo), i memoriali ai caduti in guerra, le statue dei presidenti eroi, tutto questo sta a dire al mondo e agli stessi cittadini americani, noi siamo questo, e non si capisce lo spirito americano nella sua versione migliore se non si vede Washington dal vero, insieme alla variegata folla di autoctoni. Oltre al bus turistico abbiamo usufruito dei servizi di uber e lyft: passaggi in macchina a prezzi ridottissimi con il marito entusiasta della sua tecnologia (prenotazione e pagamento tramite iPhone) e un surplus di interessanti chiacchiere (ci sono capitati un autista marocchino ex mucista innamorato di Napoli e un salvadoregno spaventato dal suo paese). Cosa fanno gli abitanti di Washington la domenica? Corrono.  E a vederli correre su queste fantastiche piste viene voglia d'imitarli. Chi mi aveva detto, Washington è brutta?

domenica 6 agosto 2017

Anything is possible

Anything is possible è il seguito di Mi chiamo Lucy Barton, il romanzo di Elizabeth Strout, perché in ognuno dei suoi nove capitoli-racconti, il caso di Lucy, la ragazza poverissima che è diventata scrittrice e vive a New York, viene evocata da qualcuno dei personaggi che vivono ad Angash, Illinois, il suo sperduto luogo di origine, e anche perché nel capitolo "Sister" Lucy stessa entra in scena, andando a trovare (con grande sofferenza) il fratello Pete, che abita ancora nella catapecchia di famiglia, e la rabbiosa sorella Vicki, ma è sopratutto un'altra imperdibile tappa dell'esplorazione che Strout conduce, sin dall'inizio della sua narrativa, dei rapporti familiari. Sono una più bella dell'altra le storie raccontate in questo libro (che ho letto sul kindle nella versione originale pubblicata da Penguin). Prendete la prima, quella di Tommy, l'ex bidello che va a comprare un regalo per l'ottanduesimo compleanno di sua moglie e si ferma a salutare Pete, che vive come un barbone. Quello che Pete gli rivela, e cioè che forse è stato suo padre, un uomo rovinato dall'esperienza in guerra, a bruciargli la fattoria e a costringerlo a ricominciare da capo, adattandosi al mestiere più umile, non sconvolge Tommy. Lui la notte dell'incendio è riuscito a salvare la moglie e i figli e si ritiene fortunato per questo, gli è parso che Dio abbia voluto mandargli un messaggio, e non ha alcun rimpianto rispetto a come sarebbe potuta andare la sua vita. Per un matrimonio felice, come quello di Tommy, o quello meno convenzionale di Patty, che ha amato appassionatamente il suo Sebastian anche senza fare sesso con lui, distrutto dalle violenze subite da bambino, ce ne sono diversi altri infelici: quello di Mrs. Small, che illustra a lungo alla malcapitata Dottie, proprietaria del Bed & Breakfast, la propria frustrazione coniugale, salvo poi la mattina dopo non degnarla di un'occhiata; quello di Charlie, il libraio, che ha sposato Marilyn quando era ragazzo e ora che è nonno cerca i suoi momenti di felicità negli incontri con una prostituta nera di cui si è innamorato. Non manca il tema, centrale nella Strout, dei rapporti madre-figlia. Angelina va in Italia a trovare la madre che vive lì con il marito molto più giovane di lei e il loro dialogo è un condensato della sofferenza causata dai legami familiari. Strout passa da vite realizzate a vite soffocate da recriminazioni e rimpianti: tutta la complessità dell'essere umano trova espressione nei suoi meravigliosi romanzi.

venerdì 4 agosto 2017

Il nascondiglio

“Abitavano in un palazzo e vivevano come barboni”: la storia vera raccontata da Christophe Boltanski nel suo Nascondiglio, tradotto da Marina Di Leo per Sellerio ha dell’incredibile. Una famiglia intellettuale tra le più note in Francia (nonna scrittrice, zio artista, zio linguista, padre sociologo) che fa della casa il proprio rifugio, rifiutando tutte le convenzioni sociali e stringendosi intorno alla Mère- Grand, il personaggio di nonna più stravagante che mi sia mai capitato di incontrare in un libro (“nonna di Cappuccetto Rosso e lupo cattivo, handicappata e giramondo, impotente e onnipotente”). Per descrivere i propri parenti, Boltanski parte dallo spazio domestico, analizza stanza per stanza, e subito ci proietta in un universo parallelo. Una Cinquecento bianca è il mezzo che la Mère-Grand (guai a chiamarla così in pubblico, al massimo “zia”, appellativo che invecchia meno) usa per le sue puntate all’esterno; lei ha avuto la poliomelite, ha grandi difficoltà a camminare, ma guida per Parigi, facendo da autista al marito dottore, e si porta sempre dietro due dei figli e il nipote (“la macchina era la sua sedia a rotelle, le sue gambe ritrovate, la sua rivincita all’immobilità forzata”). Un appartamento in cui si mangiano per lo più scatolette e in cui si ricevono continuamente ospiti; la camera da letto della nonna dove si dorme nei sacchi a pelo per starle vicino; i viaggi  estivi in una Volvo da cui si scende quasi solo per fare i bisogni, ragazzi che non frequentano scuole, armadi pieni di volatili e imbiancati di escrementi… La figura che resta più impressa al lettore è quella del nonno. Figlio unico di un immigrato da Odessa che sognava una carriera di cantante d’opera e finisce in Francia a fare il capo officina, il mite Étienne studia tanto per compiacere i suoi, diventa dottore, e subisce un trauma enorme curando i soldati in trincea durante la prima guerra mondiale.  L’altro trauma è la persecuzione contro gli ebrei; lui, che non si è mai sentito ebreo e,  per cercare una risposta ai suoi incubi, si è convertito al cattolicesimo deve divorziare dalla moglie, fingere di essere partito e vivere venti mesi nascosto in casa propria, pronto a calarsi giù per la botola appena arriva qualcuno.  Una volta finito l’incubo, torna a uscire, va in ospedale circondato dai colleghi che l’hanno rimpiazzato, non cova odio, ma solo tanta paura (“rimpiangeva il nascondiglio, crogiolo della sua sofferenza”). Una famiglia che non assomiglia a nessun’altra, una casa di cui lo scrittore ti fa sentire insieme la puzza che emana e il fascino che la contraddistingue. 

effetti del caldo

dopo un mese di sonno difficile tra il freddo artificiale dell'aria condizionata e il caldo torrido che avvolge la città sono completamente spompata. L'effetto positivo è che mi è calato il pessimismo. Non ho più la forza di immaginare scenari catastrofici per me e per chi mi circonda. Il marito va in barca a vela con persone a me sconosciute? Ben per lui. I figli studieranno altrove? Io recupererò la dimensione solitaria che tanto mi esaltò quando partii per Milano, uscendo per sempre dalla casa dei  miei genitori. Per ora mi faccio portare dal marito in America, viaggiando accanto a lui come un pacchetto: il bello di poter contare sulle sue doti organizzative (e sembra pure di buon umore). Aereo domani mattina alle dieci e stasera recuperiamo il figlio di ritorno da Tenerife. Ora devo solo pescare le ultime energie per finire un libro e programmare il portale.

mercoledì 2 agosto 2017

Anime scalze

in Anime scalze Fabio Geda racconta di Ercole che ha quindici anni, vive con l’inaffidabile padre e l’affettuosa sorella a Torino in un buco di casa, dopo che la madre li ha abbandonati. Nella sequenza d’apertura Ercole ha un fucile, è circondato dalla polizia, e ha con sé Luca che ha sei anni. Il libro è un lungo flash back per raccontare al lettore come si sia arrivati a questa situazione estrema. Geda fa incontrare al suo protagonista, Viola, una coetanea di buona famiglia, che è attratta da questo ragazzo che non ha nulla tranne l’ardore con cui la guarda; lo fa litigare con la sorella, quando questa gli comunica che si trasferirà a casa del fidanzato; lo spedisce in cerca della madre sulla base di cartoline mandate tempo prima; gliela fa ritrovare e gli fa scoprire di avere un fratellino (il Luca di cui sopra); gli dona una fragile tregua; gli manda in casa della madre un orrido patrigno con orridi amici che terrorizzano Luca; gli organizza una perigliosa fuga a due con il fratello. In questa odissea di un giovane precocemente vessato dalla vita ci sono alcuni snodi convincenti: il rapporto amoroso che patisce la diversa provenienza sociale, l’egoismo di chi è abituato a contare su una persona e non vuole rinunciare all’unico affetto solido mai avuto, il legame improvviso con un essere che ci appare più fragile di noi. A non convincermi è la lingua del libro e la scelta di usare la prima persona. Se Ercole frequenta l’istituto professionale; se suo padre, quand’è sobrio, svuota le cantine; se sua nonna vendeva il pesce a Piazza Vittorio; se sua madre fa la badante a un’anziana; se il primo libro che gli passa tra le mani è L’amico ritrovato che Viola gli legge ad alta voce, da dove vengono le elaborate espressioni con cui il narratore si riferisce a fenomeni atmosferici (“il sole stava sorgendo sulle campagne come un livido”, “la luce, dopo essere passata tra le pieghe delle nuvole, arrivava a terra stropicciata, e a concentrarsi, la si sentiva scricchiolare nel riprende forma”), come gli viene di dire che “i poliziotti fanno i gradassi”, che Viola “sembrava introversa ma al tempo stesso spavalda” (forse è una mia deformazione da madre di un diciannovenne semianalfabeta, ma in bocca a mio figlio spavaldo e introverso non li ho mai sentiti). Insomma, secondo me, al romanzo di Geda, al realismo della sua rappresentazione, una maggiore asciuttezza stilistica e un po’ più di turpiloquio avrebbero giovato.

Abigail

“Da questo momento finisce la tua infanzia, Gina. Sarai un’adulta, e non potrai mai più vivere come gli altri bambini.” Siamo a pagina 137 del romanzo di Magda Szabó Abigail, scritto nel 1970 e ora riproposto dalle edizioni Anfora nella traduzione di Vera Gheno, appena rivista: a parlare è il padre della protagonista quindicenne, il Generale, che deve finalmente spiegare alla figlia perché ha dovuto separarsi da lei,  mandarla nel severissimo collegio Matula e sottrarla alla bella vita che faceva a Budapest con l’istitutrice francese, la zia e le sue amiche.   Abigail comincia come il tipico romanzo di formazione: c’è una ragazzina disperata per l’improvvisa decisione del padre di mandarla via di casa (la zia le ha istillato il sospetto che l’uomo, rimasto vedovo quando lei era piccola, voglia prendere moglie e questa non desideri averla tra i piedi), c’è il suo impatto con l’istituto che le appare come un tetro fortino pieno di regole che avviliscono la  femminilità, c’è lo scontro con le compagne (che pur essendo molto affettuose nei suoi confronti, le appaiono puerili e, una volta sentendosi rifiutate, le si rivoltano contro emarginandola), c’è un tentativo di fuga che fallisce pur essendo ben pianificato.  Quando il Generale spiega a Gina che la guerra che si sta combattendo “è cominciata per un fine sbagliato , con mezzi sbagliati”, che lui è uno degli oppositori a Hitler, non può permettere che usino la figlia per ricattarlo e che il Matula è il posto più sperduto e più chiuso al mondo che sia riuscito a trovare, nella ragazza scatta un moto di orgoglio, capisce che non può più dar retta ai suoi desideri, impulsi, capricci, deve diventare di colpo donna. Nato come romanzo per ragazzi, Abigail (considerato uno dei tre libri più amati dagli ungheresi) ha superato ben presto i confini del genere: è una storia ricca di colpi di scena, racconta la Storia e il suo impatto sulla gente comune come solo i grandi libri sanno fare, e ha una protagonista che il lettore non scorderà più.     

martedì 1 agosto 2017

88

ieri papà ha passato la giornata attaccato ai due telefoni (oltre al suo vecchio, ora ha l'iPhone che gli abbiamo regalato, lo tratta con timore reverenziale, ma almeno lo tratta). Gli piovevano auguri da tutte le parti, anche da parte di amiche mie, di Virginia, di Maddalena e di Isabella, e lui era entrato in una specie di trip, per cui la sera a tavola, invece di dominare come al solito la conversazione con i suoi aneddoti, continuava a pigiare sui tasti, rispondendo ai messaggi, scatenando così la nostra ilarità (a stento siamo riusciti a fargli spegnere la candelina, tanto era impegnato con la testa altrove). Alla fine è stato un bel compleanno, senza tensioni di nessun tipo. Maddalena ha assunto il controllo della cucina; io ho fatto da sguattero, ruolo in cui mi sento molto più a mio agio che in quello di cuoco; Virginia e Anna hanno curato le verdure; Giuseppe ha comprato il dolce e lavato il pavimento; Margherita ha apparecchiato; Isabella si è messa il vestito di Armani. Ottantotto anni su e giù per le scale di Sperlonga, e una volta al giorno a nuoto alla boa.