mercoledì 2 agosto 2017

Anime scalze

in Anime scalze Fabio Geda racconta di Ercole che ha quindici anni, vive con l’inaffidabile padre e l’affettuosa sorella a Torino in un buco di casa, dopo che la madre li ha abbandonati. Nella sequenza d’apertura Ercole ha un fucile, è circondato dalla polizia, e ha con sé Luca che ha sei anni. Il libro è un lungo flash back per raccontare al lettore come si sia arrivati a questa situazione estrema. Geda fa incontrare al suo protagonista, Viola, una coetanea di buona famiglia, che è attratta da questo ragazzo che non ha nulla tranne l’ardore con cui la guarda; lo fa litigare con la sorella, quando questa gli comunica che si trasferirà a casa del fidanzato; lo spedisce in cerca della madre sulla base di cartoline mandate tempo prima; gliela fa ritrovare e gli fa scoprire di avere un fratellino (il Luca di cui sopra); gli dona una fragile tregua; gli manda in casa della madre un orrido patrigno con orridi amici che terrorizzano Luca; gli organizza una perigliosa fuga a due con il fratello. In questa odissea di un giovane precocemente vessato dalla vita ci sono alcuni snodi convincenti: il rapporto amoroso che patisce la diversa provenienza sociale, l’egoismo di chi è abituato a contare su una persona e non vuole rinunciare all’unico affetto solido mai avuto, il legame improvviso con un essere che ci appare più fragile di noi. A non convincermi è la lingua del libro e la scelta di usare la prima persona. Se Ercole frequenta l’istituto professionale; se suo padre, quand’è sobrio, svuota le cantine; se sua nonna vendeva il pesce a Piazza Vittorio; se sua madre fa la badante a un’anziana; se il primo libro che gli passa tra le mani è L’amico ritrovato che Viola gli legge ad alta voce, da dove vengono le elaborate espressioni con cui il narratore si riferisce a fenomeni atmosferici (“il sole stava sorgendo sulle campagne come un livido”, “la luce, dopo essere passata tra le pieghe delle nuvole, arrivava a terra stropicciata, e a concentrarsi, la si sentiva scricchiolare nel riprende forma”), come gli viene di dire che “i poliziotti fanno i gradassi”, che Viola “sembrava introversa ma al tempo stesso spavalda” (forse è una mia deformazione da madre di un diciannovenne semianalfabeta, ma in bocca a mio figlio spavaldo e introverso non li ho mai sentiti). Insomma, secondo me, al romanzo di Geda, al realismo della sua rappresentazione, una maggiore asciuttezza stilistica e un po’ più di turpiloquio avrebbero giovato.

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