venerdì 4 agosto 2017

Il nascondiglio

“Abitavano in un palazzo e vivevano come barboni”: la storia vera raccontata da Christophe Boltanski nel suo Nascondiglio, tradotto da Marina Di Leo per Sellerio ha dell’incredibile. Una famiglia intellettuale tra le più note in Francia (nonna scrittrice, zio artista, zio linguista, padre sociologo) che fa della casa il proprio rifugio, rifiutando tutte le convenzioni sociali e stringendosi intorno alla Mère- Grand, il personaggio di nonna più stravagante che mi sia mai capitato di incontrare in un libro (“nonna di Cappuccetto Rosso e lupo cattivo, handicappata e giramondo, impotente e onnipotente”). Per descrivere i propri parenti, Boltanski parte dallo spazio domestico, analizza stanza per stanza, e subito ci proietta in un universo parallelo. Una Cinquecento bianca è il mezzo che la Mère-Grand (guai a chiamarla così in pubblico, al massimo “zia”, appellativo che invecchia meno) usa per le sue puntate all’esterno; lei ha avuto la poliomelite, ha grandi difficoltà a camminare, ma guida per Parigi, facendo da autista al marito dottore, e si porta sempre dietro due dei figli e il nipote (“la macchina era la sua sedia a rotelle, le sue gambe ritrovate, la sua rivincita all’immobilità forzata”). Un appartamento in cui si mangiano per lo più scatolette e in cui si ricevono continuamente ospiti; la camera da letto della nonna dove si dorme nei sacchi a pelo per starle vicino; i viaggi  estivi in una Volvo da cui si scende quasi solo per fare i bisogni, ragazzi che non frequentano scuole, armadi pieni di volatili e imbiancati di escrementi… La figura che resta più impressa al lettore è quella del nonno. Figlio unico di un immigrato da Odessa che sognava una carriera di cantante d’opera e finisce in Francia a fare il capo officina, il mite Étienne studia tanto per compiacere i suoi, diventa dottore, e subisce un trauma enorme curando i soldati in trincea durante la prima guerra mondiale.  L’altro trauma è la persecuzione contro gli ebrei; lui, che non si è mai sentito ebreo e,  per cercare una risposta ai suoi incubi, si è convertito al cattolicesimo deve divorziare dalla moglie, fingere di essere partito e vivere venti mesi nascosto in casa propria, pronto a calarsi giù per la botola appena arriva qualcuno.  Una volta finito l’incubo, torna a uscire, va in ospedale circondato dai colleghi che l’hanno rimpiazzato, non cova odio, ma solo tanta paura (“rimpiangeva il nascondiglio, crogiolo della sua sofferenza”). Una famiglia che non assomiglia a nessun’altra, una casa di cui lo scrittore ti fa sentire insieme la puzza che emana e il fascino che la contraddistingue. 

Nessun commento: