sabato 13 gennaio 2018

Morto Stalin se ne fa un altro


Armando Iannucci è un comico e regista scozzese di cinquantaquattro anni. Il suo Morto Stalin se ne fa un altro cala lo spettatore nell’Unione Sovietica staliniana e riesce a essere molto divertente, pur trattando una materia che più tragica di così si non potrebbe. Il film si apre con un concerto che va in onda alla radio; Stalin apprezza e vuole la registrazione che non era stata fatta; il regista in preda al panico fa ricominciare a suonare. Lo stesso Stalin viene mostrato mentre si intrattiene a tavola con i membri del Politburo, costretti a ridere delle sue barzellette e a rivedere film di cowboy (e mentre nella dacia si banchetta, per le strade di Mosca si fanno rastrellamenti e nelle prigioni sotterranee si viene torturati e uccisi). Quella notte Stalin ha un’ischemia e al suo capezzale vengono chiamati (in ritardo, perché i suoi sodali non hanno molta voglia che si riprenda) gli unici dottori scampati allo sterminio di massa: molto vecchi o giovani e inesperti. Iannucci, che è partito da una graphic novel francese intitolata La morte di Stalin, mostra come Stalin, da pessimo uomo politico si fosse circondato di gente pessima, e se Beria, il capo della polizia segreta, è un essere ripugnante e compiaciuto delle sue malefatte, gli altri, a partire dall’insicuro Malenkov, che gli succede per breve tempo fino a Krusciov (Steve Buscemi), sono una serie di omuncoli, pronti a pugnalarsi alle spalle, senza alcuna considerazione per il popolo, né rispetto per se stessi. L’aspetto grottesco del potere che si fonda sul terrore: un argomento di terribile attualità.

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