lunedì 26 febbraio 2018

Il marchio ribelle


Nicolai Lilin, l’autore di Educazione siberiana, da cui Salvatores ha fatto un film, vive a Milano e ha aperto un negozio di tatuaggi. E ai tatuaggi è dedicato il suo nuovo libro, Il marchio ribelle, sempre pubblicato da Einaudi. Affidato alla prima persona di Kolima, un ragazzino del quartiere Fiume Basso di Bender in Transistria, il romanzo racconta una precoce affiliazione criminale (a sei anni il battesimo a colpi di pistola intorno al corpo, a quattordici il rituale della bara calata sotto terra), ma soprattutto racconta una serie di bande a partire dai disegni che queste si fanno sulla pelle. Kolima, che ama i tatuaggi, impara presto che non deve fare domande in proposito; al massimo può studiare i cadaveri (che abbondano intorno a lui) e ricopiare quello che vede. I Metallari, i Punk, i Fratellini, le Teste d’acciaio si distinguono dai simboli che esprimono il loro credo e che ne decorano le braccia, il collo, le gambe. Con uno stile piano e scorrevole Lilin inanella una serie di storie una più terribile dell’altra: pestaggi, torture, omicidi sono all’ordine del giorno e se a qualcuno capita, come a Bastardo, di venir risparmiato perché ne ha prese troppe ed è ridotto a un relitto umano, il rammarico per l’esclusione è più forte dell’istinto di sopravvivenza. Qua e là affiorano tracce di umanità: c’è Katya che s’innamora del ginnasta del circo e si butta al fiume perché lui l’ha lasciata e c’è Randagio, l’orfano che tutta la comunità protegge, ma tutti i personaggi fanno una brutta fine, chi prima chi dopo. Una Russia da brivido, in cui i più cattivi di tutti sono i poliziotti corrotti che fanno i soldi con la droga. Tutto questo avveniva alla fine degli anni Ottanta. Deve essere un sollievo per Lilin oggi tatuare giovani milanesi spensierati.

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