martedì 20 febbraio 2018

Non oso dire la gioia

Non oso dire la gioia di Laura Imai Messina (Piemme) si apre con un prologo fulminante. L’autrice descrive la “parzialità dell’esistenza”: il fatto che certi luoghi, certe persone per noi si materializzano solo in date condizioni (come il quartiere dove siamo abituati ad andare a lavorare, che nei giorni festivi cancelliamo dal nostro perimetro, o come certe persone che siamo abituate a vedere in divisa, in costume da bagno, dietro il bancone di un bar e che ci mettono a disagio in un altro contesto). L’epilogo torna sugli inganni della percezione, stavolta annotando come  “l’odio d’oggi pare eterno, così come l’amore. Eppure con il tempo il corpo - lì dove prima non riesca la ragione- impara a perdonare e sa affievolire anche la più viva passione”. All’interno di questa cornice così nettamente delineata si svolge la storia di Marcel, Jean e Momoko. I primi due sono inseparabili dai tempi del liceo (il Giulio Cesare di Roma: i luoghi sono molto importanti in questo libro, i cui poli sono l’Italia e il Giappone) e, finché non entra in scena la giovane interprete giapponese, Jean può illudersi che l’amicizia che Marcel gli ha sempre dimostrato evolva in un sentimento amoroso. C’è poi un’altra storia, più oscura (e a mio parere meno convincente dal punto di vista narrativo), quella di Clara, insegnante di francese appassionata di Proust, che ha sposato un chirurgo che non ama, che si macera per il desiderio di un figlio e che non parla con nessuno della miserevole famiglia in cui è cresciuta. Laura Imai Messina si prende il suo tempo per presentare i vari personaggi, le loro ferite ancora aperte e i sogni che li tengono in vita, poi imprime una svolta alla trama, offrendo colpi di scena a catena. Un altro di quei romanzi su cui mi sarebbe piaciuto mettere le mani prima di vederlo in stampa.   

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