mercoledì 7 marzo 2018

Bestia da latte


Bestia da latte, il nuovo romanzo di Gian Mario Villalta pubblicato da Sem, si apre con il ricordo di un dolore fisico e mentale provato da bambino (le pallonate tirate addosso intenzionalmente dal cugino e le spinte nel fango e la paura di quello che potrebbe ancora seguire) e intorno alla rievocazione di questa violenza si sviluppa tutta la narrazione. Il protagonista ha studiato, è diventato insegnante, non vive più nella campagne della sua infanzia, ma conserva dentro di sé la ferita aperta che risale ai suoi undici anni e alle persecuzioni subite da parte del cugino Giuseppe.  Villalta ricostruisce un ambiente familiare contadino come ce n’erano tanti negli anni sessanta e illustra i motivi del comportamento del ragazzo: le cinghiate che riceve dal nonno ubriacone, la predilezione di questo per l’altro nipote, la sofferenza provata per l’abbandono materno e per la brutta fama che la madre incolpevolmente si è attirata addosso. Il problema non è tanto Giuseppe (o lo è proprio perché l’io narrante lo ha amato e lo ha considerato un quasi fratello), il problema sono i familiari che non hanno mosso un dito per porre fine agli atti di crudeltà che si svolgevano sotto i loro occhi. Donne impegnate in battaglie di supremazia (suocera contro nuora, cognata contro cognata), uomini assorbiti dal desiderio di arricchirsi e abbandonare le stalle; quello che succede tra i ragazzi viene ignorato nella convinzione che i conflitti si risolveranno da soli. E in effetti Giuseppe da un giorno all’altro finirà di costituire una minaccia per l’uomo che lo ricorda a distanza di anni, ma se hai perso la fiducia in te stesso e negli altri da piccolo nessuno te la ridà. Un passato con cui non si può fare pace: questo è quello che racconta Villalta con la sua lingua nitida che dà corpo ai fantasmi.

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