martedì 13 marzo 2018

Tutto quello che è un uomo


nove storie di ordinaria infelicità maschile: in Tutto quello che è un uomo di David Szlasy, canadese da parte di madre e ungherese da parte di padre (pubblicato in italiano da Adelphi nella traduzione di Anna Rusconi), si va dal diciassettenne Simon che gira per l’Europa con l’interrail ed è stufo del suo amico, dei posti sporchi in cui dormono e degli incontri femminili al nonno di Simon che in Italia finisce all’ospedale dopo lo scontro con un camion. Ci si sposta molto in questi racconti, ma il viaggio spesso lascia l’amaro in bocca, come capita a Bernard, che si fa licenziare dallo zio per andare una settimana a Cipro e arrivato qui non trova di meglio che farsi consolare da due ciccione, una madre e una figlia. Va peggio a Balasz che, a Londra con un tizio conosciuto in palestra, passa le notti in macchina ad aspettare la donna di questo che si prostituisce con clienti d’alto bordo.  Per alcuni dei suoi protagonisti Szlasy prova un trattenuto orrore:  c’è un linguista, tutto preso da sé, che reagisce in modo scomposto alla notizia che la sua ragazza è incinta; c’è il vicedirettore di tabloid esaltato all’idea di dare in pasto ai lettori la notizia della relazione tra il primo ministro e una donna sposata; c’è James che fa progetti di espandere il suo business immobiliare e intanto è turbato all’idea del tempo che passa. Alla fine è proprio la limitatezza del tempo che abbiamo a disposizione il problema dei personaggi qui ritratti: umani che  vorrebbero essere qualcosa in più, qualcosa di diverso.

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