giovedì 5 aprile 2018

Le stanze dell'addio


in famiglia ognuno finisce per darsi un ruolo: Yari Selvetella, in uno dei capitoli delle Stanze dell’addio (Bompiani), scrive “io sono un cane da pastore, almeno da quando sono padre. Sto bene nella mia pelle solo se discretamente controllo e prevedo quanto mi accade intorno, solo se conto uno a uno i pezzi del mio branco” e descrive il piccolo fallimento subito il giorno in cui in spiaggia con la moglie e i tre figli non si accorge subito del molesto esibizionista che si nasconde dietro ai cespugli.  Sotteso a questo episodio c’è il grande fallimento che racconta il libro, la morte della moglie Giovanna, il vuoto che questo evento crea, lo smarrimento. Ci sono stati i primi sintomi, la diagnosi infausta, il ricovero, le speranze, la terapia intensiva. Ora che tutto è finito c’è il protagonista, un uomo con i baffi, che torna in ospedale, ripete il gesto di comprare il cornetto integrale, il caffè, parla con il barista, aspetta in reparto anche se non c’è niente da aspettare. Le stanze dell’addio non è la cronaca dell’elaborazione di un lutto ma un viaggio onirico dentro la perdita e l’eco letteraria più insistita è quella di Moby Dick, romanzo emblema di una lotta impossibile.  Il vedovo fa le file per i documenti, organizza la cremazione, svuota la stanza della moglie, aggiunge un secondo lavoro in televisione a quello che faceva alla radio, registra le formule standard di conforto, osserva le reazioni dei propri bambini,  e va avanti: “per me scelgo sempre, o spesso, quello che mi sembra sia stato il senso delle nostre albe insonni, delle notti e dei giorni insieme: prendersi la vita è dare, è azzardare e cadere. Posso solamente continuare”.


1 commento:

babalatalpa ha detto...

Consigliatomi da Nadia Terranova, che ne parla benissimo, è arrivato proprio ieri in un consistente pacchetto(la restante parte del contenuto del pacchetto è "colpa" tua, del tuo blog e del tuo lavoro).