mercoledì 11 aprile 2018

Non sarò mai la brava moglie di nessuno

Il primo maggio 1947 un corpo precipita dall’ottantaseiesimo piano dell’Empire State Building e Robert Wils, un giovane fotografo che si trova a passare di lì, scatta una foto. Evelyn McHale, schiantatasi a ventitré anni sul tetto della macchina di un diplomatico, finisce sulla copertina della rivista Life: il suo cadavere straordinariamente composto diventa  un’icona di bellezza morente. In Non sarò mai la brava moglie di nessuno (frase tratta dal biglietto di addio di Evelyn), Nadia Busato ripercorre le tracce di questa giovane tormentata tra verità storica e immaginazione. La figura cardine della vita di Evelyn è sua madre Helen, che dopo essersi dedicata alla famiglia lascia il marito e i sette figli, poco dopo la nascita dell’ultimo. Nel primo capitolo Busato ci presenta Helen nel 1927 alle prese con dei burritos e un’insopportabile ansia; seguono le testimonianze dell’amica che ha condiviso con Evelyn il servizio militare (e che ha assistito alla sua iniziativa di dar fuoco alla divisa per farsi cacciare dall’esercito),  del poliziotto che ha accompagnato la sorella a riconoscere il cadavere, del fidanzato che contava di sposarla a breve (e che l’aveva vista bruciare il vestito da damigella dopo il matrimonio del fratello: quanti roghi in questa breve vita), delle editor che decidono di pubblicare la foto. A questo variegato puzzle si aggiungono i ritratti del primo suicida dall’Empire State Building e della donna che pur gettandosi da lì si salva per varie coincidenze. Tante domande e nessuna risposta: “noi non conosciamo né conosceremo mai la vita di questa donna. La ricostruzione che possiamo farne sarà inevitabilmente troppo luminosa e perfetta, avrà punti fermi e certezze. Ma l’unica che potrebbe guidarci nell’ombra è morta. E la sua morte, fotografata, è in effetti l’unico fatto che ci parla di lei”. Busato conduce una partecipata indagine su un’interiorità sfuggente, evitando ogni sensazionalismo.


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