martedì 1 maggio 2018

Hotel Silence

"Quasi quarantanove anni
Maschio
Divorziato
Eterosessuale
Senza nessun potere
Vita sessuale pari a zero
Buona manualità."
Così Jónas, il protagonista di Hotel Silencedi Auður Ava Ólafsdóttir, tradotto da Stefano Rosatti per Einaudi, riassume la sua esistenza che non ha più intenzione di protrarre. Ha una figlia ventenne che ama, una moglie che se n'è andata dopo avergli detto che la figlia non è sua, una madre in casa di riposo che un po' vaneggia e un po' no. Si fa prestare il fucile da caccia del vicino, poi ci ripensa e decide di partire. Andrà in un paese afflitto da una lunga guerra, il posto ideale per essere ucciso o per saltare su una mina. Prende con sé la casetta degli attrezzi pensando che potrebbe servirgli piantare un gancio e in questo gesto istintivo sta la svolta della storia. Arrivato all'Hotel Silence che è rimasto in piedi dopo un'immane devastazione, conosce i due giovani, fratello e sorella, che lo hanno riaperto e che tentano di renderlo agibile, e pian piano, preso dai lavori di ristrutturazione, accantona i suoi propositi suicidi. Oltre a riparare il riparabile nell'hotel e fuori (anche il ristoratore da cui va a mangiare ha bisogno di aiuto e c'è una palazzina in cui trovano rifugio un gruppo di donne da aggiustare), Jónas si dedica a Adam, il bambino traumatizzato dell'albergatrice, lo fa disegnare, aiutandolo a tirar fuori il dolore per quello che ha visto. La scrittrice islandese non propone una ricetta per aspiranti suicidi, non fa la morale sul valore della vita, si limita a raccontare un cambiamento di prospettiva. Senza una parola di troppo.

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