sabato 22 settembre 2018

il nipote filippino

oggi ho invitato a pranzo mio cognato, in visita a Roma per un mese dalle Filippine, con il figlio Nawell, che ha lasciato la sua isola per la prima volta. A otto anni Nawell ha preso l'aereo e si è trovato proiettato in un mondo alieno. Capisce l'italiano, parla inglese e con il padre si esprime in un misto di queste due lingue con qualche parola di filippino in mezzo. A tavola scalpitava un po', teneva la forchetta come una zappa, il cibo gli interessava pochissimo. Mi sono ricordata di una busta di soldatini che secoli fa avevo nascosto al figlio (niente armi giocattolo era uno dei miei pochi principi educativi; peccato che a dodici anni sparava a tutto spiano con la playstation), gliel'ho dati e l'ho fatto felice. Appena finito di mangiare, li ha tirati fuori uno a uno (erano dei minuscoli soldatini di plastica, del tipo che si trova sulle bancarelle), li ha allineati con cura, studiandone la posizione, il colore, la forma. Dopo un po' che giocava tutto assorto, gli ho chiesto se voleva guardare un libro. Ho tirato fuori un'edizione dell'uccello di fuoco con le illustrazioni di Charlotte Gastaut. Nawell è rimasto incantato di fronte alla bellezza dei disegni e alla ricchezza dei colori, ha subito capito la storia, individuato i buoni e i cattivi. In particolare lo lasciava a bocca aperto l'uccello dorato prima piccolo, poi immenso e capace di trasportare in volo l'eroe. Gli ho detto che il libro era suo e l'ha stretto forte prima di metterlo in una busta con i soldatini. Il padre ogni tanto lo sgridava in tono iroso e lui si mortificava un attimo, poi tornava tranquillo. Al momento di uscire si è caricato di tutte le buste. Un bambino delizioso che sembra venire da un altro tempo oltre che da un luogo remoto.

giovedì 20 settembre 2018

la prof, la pioggia, il parcheggio

d'ora in poi farò meno interviste, c'è altro lavoro che incombe. Quella di oggi alla prof l'avevo concordata mesi fa, lasciarla a bocca asciutta mi sembrava brutto. Alle cinque è scoppiato un acquazzone e lei mi ha telefonato. Era dentro il parcheggio sotterraneo qui davanti, aveva paura di bagnarsi, di prendersi il raffreddore e la febbre, era mortificata per l'amica che l'aveva accompagnata in macchina, voleva tornarsene indietro. Ho cercato di calmarla, le ho detto che sarei scesa a prenderla con un ombrello. Sono scesa e lì è cominciato un quarto d'ora di caccia: il parcheggio è grande, ma bastava individuare un punto in cui ritrovarci. Invece ci chiamavamo a vicenda al telefono prima di perdere campo e giravamo a vuoto, io, lei e l'amica. Disperavo di venirne a capo, poi ha smesso di piovere e ci siamo trovate di fronte al Palazzaccio, tutt'e tre provate dalla fatica, soprattutto l'amica che non riusciva ad articolare parola. Di fronte alla telecamera la prof è partita a razzo, parlando per otto minuti di seguito. Stasera mi ha richiamato, non era contenta di sé, voleva sapere se potevamo rifare l'intervista. Ne ho collezionate di visite di scrittori bizzarri.

mercoledì 19 settembre 2018

il nostro posto

com'è difficile accettare il posto che ci assegnano gli altri. Per uno siamo la moglie di vecchia data, per un altro l'amica di sempre, per un altro l'esperta di libri, per qualcuno la madre che ne ha passate tante e dispensa consigli. E invece noi vorremmo rimescolare le carte, essere amate a prescindere. Vorremmo fiamme, e ci ritroviamo con un timido tepore.

martedì 18 settembre 2018

il giorno dopo

la notte è passata tra gocce di antidolorifico e pensieri cupi ma rallentati. A un certo punto ho capito che stavo meglio, in lontananza sentivo l'inizio del traffico e ho pensato, nei giorni normali sarei andata in palestra, oggi è già tanto se riesco ad alzarmi. L'ho fatto, mi sono lavata la testa, ho trovato un reggiseno mezzo sfondato che non mi stringeva, mi sono vestita e sono andata al lavoro. Davanti alla porta c'era la valigia che il marito aveva preparato per Londra; ieri sera ripeteva, se stai male non vado. La giornata è volata, avevo mille cose da fare. Spogliandomi ho trovato la tetta gonfia e violacea, ma è bastato il Lasonil a placare il fastidio. Stasera sola a gustarmi le ultime pagine del nuovo romanzo di Nadia Terranova. Che pace.

lunedì 17 settembre 2018

dolore

è andato tutto storto oggi. A mezzogiorno mi hanno chiamato dall'ospedale per annullare l'ago aspirato. Così, senza una spiegazione. Era un segno, dovevo coglierlo. Non l'ho fatto, mi sono incaponita, ho richiamato, ho preteso che almeno mi dessero il referto dell'ultima mammografia. A questo punto mi hanno detto che potevo andare all'appuntamento, che il problema era un guasto alle macchine, ma forse per le quattro lo avrebbero risolto e in caso contrario mi avrebbero dato il mio referto. Ho trovato l'ambulatorio pieno per i ritardi che si erano accumulati; nessuna delle donne in attesa faceva il mio esame (altro segno premonitore). Una brunetta inerpicata su tacchi alti alla fine mi ha dato udienza, mi ha convinto che era tutto a posto e che potevano fare la biopsia. Nell'ambulatorio un'infermiera annoiata e un annoiato addetto alla macchina mi hanno fatto sdraiare a pancia in giù con la tetta sinistra in un buco e la testa mezza soffocata da un cuscino. Il lettino si è sollevato raggiungendo il macchinario e mi hanno strizzato la tetta. La dottoressa non c'era e loro chiacchieravano del più e del meno mentre io stavo in quella posizione assurda. A un certo punto, ho chiesto, la dottoressa dov'è? L'infermiera, scocciata, per tacitarmi, mi ha risposto che la dottoressa seguiva la mammografia da un'altra stanza, che l'esame era molto delicato, se non seguivano la procedura giusta potevano rompere vasi, capillari, vene. Mi hanno liberato momentaneamente la tetta. La dottoressa è arrivata e la tetta è stata di nuovo strizzata. Poi è entrata una bionda giovane anche lei con i tacchi, le ho sentito dire qualcosa come, devo tenermi in esercizio, poi ho sentito la puntura di anestesia e l'ago che entrava. Mi è sembrato un tempo infinito quello passato lì sopra immobile, indolenzita e abbandonata. Ho pensato al dolore, ho cercato nella memoria qualcosa di simile a questo: i parti cesarei no, mi è tornato alla mente lo strazio dell'attesa di una tac alla figlia. Nella stanza alle chiacchiere è subentrato un inquietante silenzio. Ho chiesto flebilmente quando finisce e qualcuno ha detto, tra poco. Quando il lettino è sceso e mi hanno fatto voltare a pancia in su, un'altra infermiera che mi dava del tu ha fatto una faccia preoccupata e mi ha detto, hai un grosso ematoma, tieni premuta forte la benda. Ho premuto e il dolore si è fatto davvero intenso, mi girava la testa. Il marito, che mi aveva scritto, chiamami, vengo a prenderti quando finisci, è venuto e sono tornata a casa appoggiandomi a lui. Ora ho preso antibiotico e antidolorifico. Il dubbio è: hanno avuto solo la mano pesante o mi hanno straziato il seno e domani mattina mi devo ricoverare? La dottoressa bruna, sinceramente dispiaciuta, mi ha detto che l'ematoma è raro, ma capita. Se il seno si gonfia e diventa rosso, ha detto, torni qui, se diventa viola è normale. Ho preso l'antidolorifico e il dolore non è passato. Ho tolto la benda che mi schiacciava tutta e il dolore non è passato. Mi ero prefigurata scenari orribili, la realtà li ha superati. Ora, come mi hanno consigliato Maddalena e Antonella, droga a go go per passare la notte.

domenica 16 settembre 2018

Un affare di famiglia

in una stanza che più disordinata non si può, in una grande città che resta sullo sfondo, sei persone mangiano, dormono, si lavano, ridono, parlano. Si presentano come una famiglia: c’è una donna anziana, ci sono due giovani donne, un uomo, un ragazzino, e c’è anche una bambina che veniva picchiata e lasciata come un cane in un terrazzino ed è inglobata nel gruppo. Lo spettatore di Un affare di famiglia di Kore-eda Hirokazu dopo un po’ comincia a chiedersi di chi sia figlio il ragazzo che non riesce a dire papà a quel giocherellone con cui va in giro a far furtarelli, di chi sia nonna l’anziana sulla cui pensione contano tutti, finché il quadro si complica prima che ognuno dei rapporti non venga chiarito. Ma c’è un’altra cosa che balza agli occhi dello spettatore: quei sei si vogliono bene. Sono persone che vivono ai margini della società - l’uomo fa l’operaio su pericolosi ponteggi; una donna lavora in un’enorme tintoria; un’altra si struscia contro un vetro in un bordello virtuale – ma quando tornano a casa cercano di scacciare i brutti pensieri, scherzano e si sorreggono vicendevolmente. Una gita al mare segna il momento di massima coesione e divertimento, poi arriva l’attesa catastrofe. Che cosa voglia dire essere genitori, in che cosa consista davvero la famiglia è un tema che da sempre appassiona il regista giapponese. Qui va dritto al punto, affidandosi anche alla bravura degli interpreti. Si esce straziati dall’immagine della bambina riportata dalle autorità al suo terrazzino.